L’avere (O haver)-


Resta, al sommo di tutto, questa capacità di tenerezza
Questa perfetta intimità con il silenzio
Resta questa voce intima che chiede perdono di tutto:
– Pietà! perché essi non hanno colpa d’esser nati…
Resta quest’antico rispetto per la notte, questo parlar fioco
Questa mano che tasta prima di stringere, questo timore
Di ferire toccando, questa forte mano d’uomo
Piena di dolcezza verso tutto ciò che esiste.
Resta quest’immobilità, questa economia di gesti
Quest’inerzia ogni volta maggiore di fronte all’infinito
Questa balbuzie infantile di chi vuol esprimere l’inesprimibile
Questa irriducibile ricusa della poesia non vissuta.
Resta questa comunione con i suoni, questo sentimento
Di materia in riposo, questa angustia della simultaneità
Del tempo, questa lenta decomposizione poetica
In cerca d’una sola vita, una sola morte, un solo Vinícius.
Resta questo cuore che brucia come un cero
In una cattedrale in rovina, questa tristezza
Davanti al quotidiano; o quest’improvvisa allegria
Di sentir passi nella notte che si perdono senza memoria…
Resta questa voglia di piangere davanti alla bellezza
Questa collera di fronte all’ingiustizia e all’equivoco
Questa immensa pena di se stesso, questa immensa
Pena di se stesso e della sua forza inutile.
Resta questo sentimento dell’infanzia sventrato
Di piccole assurdità, questa sciocca capacità
Di rider per niente, questo ridicolo desiderio d’esser utile
E questo coraggio di compromettersi senza necessità.
Resta questa distrazione, questa disponibilità, questa vaghezza
Di chi sa che tutto è già stato come è nel tornar ad essere
E allo stesso tempo questa volontà di servire, questa contemporaneità
Con il domani di quelli che non ebbero ieri né oggi.
Resta questa incoercibile facoltà di sognare
Di trasformare la realtà, dentro questa incapacità
Di non accettarla se non come è, e quest’ampia visione
Degli avvenimenti, e questa impressionante
E non necessaria prescienza, e questa memoria anteriore
Di mondi inesistenti, e questo eroismo
Statico, e questa piccolissima luce indecifrabile
Cui i poeti a volte danno il nome di speranza.
Resta questo desiderio di sentirsi uguale a tutti
Di riflettersi in sguardi senza curiosità e senza storia
Resta questa povertà intrinseca, questa vanità
Di non voler essere principe se non del proprio regno.
Resta questo dialogo quotidiano con la morte, questa curiosità
Di fronte al momento a venire, quando, di fretta
Ella verrà a socchiudermi la porta come una vecchia amante
Senza sapere che è la mia ultima innamorata.


Vinícius de Moraes - 
(poeta e musicista brasiliano, 1913-1980). parte come borsista per Oxford dove studia lingua e letteratura inglese. Qui si verifica l’incontro con la lirica di Shakespeare, determinante per il raggiungimento di quella maturità poetica che lo porrà all’attenzione della critica più qualificata. Entra poi nella carriera diplomatica avendo così la possibilità di fare amicizia con jazzisti e cineasti di fama, tra cui Louis Armstrong e Orson Wells, che lo proietta nel mondo dello spettacolo. Vinicius de Moraes è inventore con João Gilberto della bossa nova, diventando divulgatore straordinario della musica popolare e della cultura brasiliana nel mondo.

 

by Herbert James Draper- Volare

 

Domenica…

Alcuni osservano la domenica andando in chiesa –
io la osservo, restando a casa –
con un bobolink per corista –
e un frutteto, per cupola –


Alcuni osservano la domenica con paramenti –
io mi metto solo le ali –
e anziché suonare la campana per la funzione
il nostro piccolo sacrestano – canta.


Dio predica, un religioso di fama –
e il sermone non è mai lungo,
sicché invece di arrivare in Cielo, alla fine –
ci vado tutto il tempo.

 

Bussava il vento ...


Bussava il vento come un uomo stanco.
Io, padrona di casa,
"Entra" gli dissi audace, ed entrò allora
nella mia stanza

un ospite veloce, senza piedi:
dirgli di accomodarsi
sarebbe stato assurdo come offrire
una poltrona all’aria.

Era senz’ossa, e perciò inafferrabile.
La sua favella era simile all’empito
di uccelli senza numero, che cantassero insieme
in un cespuglio celestiale.

Il suo volto era un’onda,
le sue dita al passare
lasciavano sfuggire un suono, come
un alitare tremulo su un vetro.

Sempre in moto mi fece la sua visita;
e poi, timidamente,
bussò di nuovo – con agitazione -
e mi ritrovai sola.


Emily Dickinson – 1862 -  Toglietemi tutto ma non la poesia

Nata il 10 dicembre 1830 ad Amherst (Massachusetts) Emily Elizabeth Dickinson, secondogenita di Edward Dickinson, stimato avvocato destinato a diventare deputato del Congresso, e di Emily Norcross, donna dalla personalità fragile, ricevette dalla famiglia un'educazione piuttosto libera e completa per la sua epoca.

 


 

 

 

Rumore, fa' silenzio!

C'è gente che trova figure
nascoste nella carta da parati
o nelle nuvole.
A me succede lo stesso coi rumori.

Per essere più esatti, ho un vecchio phon
che appena si accende comincia a vibrare
e man mano
emette un lamento profondo.
È l'elica difettosa, o i cuscinetti a sfera,
non ne ho idea,
ma so che inizia a intonare una trenodia,
o meglio, a sussurrarla sottovoce.
Prima si avvertono solo suoni indistinti,
una folla che fugge, moto che si avvicinano,
ma facendo attenzione
appaiono via via urla, richiami.

Io mi concentro; una sera, addirittura,
sono arrivato a bruciarmi, tale è lo sforzo
per afferrare il groviglio, il nodo acustico
dell'asciugacapelli.
Perché il suo sferragliare non resta sempre uguale:
più dura, più si sciolgono gli intrecci
del fragore, le voci si distinguono.
Sento dialetti slavi, minacce, spesso spari:
un giorno sono rimasto ad ascoltarlo quasi dieci minuti
per seguire le fasi di un rastrellamento
in un lontano villaggio dei Balcani.

A volte ne esce uno squillo familiare,
credo che sia il telefono, spengo,
vado a rispondere,
ma non c'è mai nessuno: quei segnali,
si vede che provengono da un'altra parte,
sempre.
Se qualcuno ti chiama, non ci credere,
sarà un miraggio uditivo, un'impressione.

La verità è diversa:
mentre mi punto alla tempia quell'attrezzo
che sembra una pistola,
viene fuori il racconto di storie terribili,
fucilazioni, il pianto di bambini.
È come una confessione non richiesta,
una registrazione spedita per errore.
Che c'entro, io, con tutto questo sangue,
io che mi voglio solo asciugare la testa?
Ormai ci penso due volte, prima di adoperarlo,
prima di sprofondare in quell'orrore
e assistere impotente a certe scene.
Meglio bagnato, allora.
Mi verrà il torcicollo? poco male.

Valerio Magrelli  da Il sangue amaro (Einaudi, 2014)-

 Valerio Magrelli (Roma, 10 gennaio 1957) è un poeta, scrittore, traduttore, critico letterario e accademico italiano.

 

 

Specchio…


Mio caro, io stessa non so:
dove porta tutto ciò?
Accanto, luccica un piccolo specchio
Grande non più di una lenticchia
o di un chicco di miglio.
Ciò che in esso arde e appare,
ciò che guarda, balena e brucia
è meglio non vederlo.
Ma la vita è una piccola cosa,
a volte sta tutta su di un mignolo,
o sull‘orlo d’un ciglio,
e tutt’attorno, come un mare, non c’è niente.

Olga Aleksandrovna Sedakova-     
Nata il 26 dicembre del 1949-
poetessa e traduttrice russa.

 

                     

 

Kierkegaard su Hegel


Kierkegaard diceva di Hegel: ricorda qualcuno
che erige un enorme castello, ma vive
in una semplice capanna, lì nei pressi.
Così l’intelligenza abita in una modesta
stanza del cranio, e quegli stati meravigliosi
che ci furono promessi sono ricoperti
di ragnatele, per ora dobbiamo accontentarci
di un’angusta cella, del canto del carcerato,
del buonumore del doganiere, del pugno del poliziotto.
Abitiamo nella nostalgia: Nei sogni si aprono
serrature e chiavistelli. Chi non ha trovato rifugio
in ciò che è vasto, cerca il piccolo. Dio è il seme
di papavero più piccolo al mondo.
Scoppia di grandezza.
 

Adam Zagajewski- 
(Leopoli, 21 giugno 1945) è un poeta, scrittore e saggista polacco.
da Dalla vita degli oggetti. Poesie 1983-2005 (Adelphi)

 

 

NOI SIAMO CETRE…

Noi siamo cetre un poco sgangherate.
Il vento, quando passa sulle corde,
come catene sospese, risveglia
dei versi, dei rumori dissonanti.

Noi siamo antenne un poco singolari.
Come dita s’innalzano nel caos,
in cima ad esse echeggia l’infinito,
ma ben presto cadranno giú, spezzate.

Noi siamo sensazioni un po’ disperse
senza speranza di concentrazione.
Nei nostri nervi tutto si confonde.

Ci duole il corpo, duole la memoria.
Ci scacciano le cose, e la poesia
è il rifugio che sempre piú invidiamo.

 

Kostas G. Kariotakis 

da -L’ombra delle ore-

poeta greco (Tripoli 1896-Prevesa 1928). Laureato in legge ad Atene nel 1917, viaggiò brevemente in Germania e in Italia (1924), in Romania (1926) e a Parigi (1928), dove ritrovò la poetessa Maria Poliduri, che lo aveva amato appassionatamente e che doveva sopravvivergli soltanto due anni. 

 La sua poesia ha un timbro modesto e appare sciatta, specie dal punto di vista formale, ma ha una fisionomia inconfondibile. L'elegante brio del farceur e l'irrisione dello scettico si venano di una malinconia che, sul finire della breve esperienza umana del poeta (morì suicida), s'incupisce in un acre senso di soffocamento e di disgusto.


 

 

Bussava il vento ...


Bussava il vento come un uomo stanco.
Io, padrona di casa,
"Entra" gli dissi audace, ed entrò allora
nella mia stanza

un ospite veloce, senza piedi:
dirgli di accomodarsi
sarebbe stato assurdo come offrire
una poltrona all’aria.

Era senz’ossa, e perciò inafferrabile.
La sua favella era simile all’empito
di uccelli senza numero, che cantassero insieme
in un cespuglio celestiale.

Il suo volto era un’onda,
le sue dita al passare
lasciavano sfuggire un suono, come
un alitare tremulo su un vetro.

Sempre in moto mi fece la sua visita;
e poi, timidamente,
bussò di nuovo – con agitazione -
e mi ritrovai sola.


Emily Dickinson   


Il linguaggio della Dickinson è scarno, conciso, ellittico, ma di una intensità ineguagliabile.

 

 

Non voglio imparare a non aver paura, voglio imparare a tremare.

Non voglio imparare a tacere, voglio assaporare il silenzio da cui ogni parola vera nasce.

Non voglio imparare a non arrabbiarmi, voglio sentire il fuoco, circondarlo di trasparenza che illumini quello che gli altri mi stanno facendo e quello che posso fare io.

Non voglio accettare, voglio accogliere e rispondere.

Non voglio essere buona, voglio essere sveglia.

Non voglio fare male, voglio dire: mi stai facendo male, smettila.

Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio.

Non voglio essere un’altra, voglio adottarmi tutta intera.

Non voglio pacificare tutto, voglio esplorare la realtà anche quando fa male, voglio la verità di me.

Non voglio insegnare, voglio accompagnare.

Non è che voglio così, è che non posso fare altro-


Chandra Livia Candiani  

 

 


I dipinti sono di Iman Maleki 

Cenni Biografici

Iman Maleki è nato a Teheran nel 1976. Attratto dall'arte fin da giovanissimo, ha iniziato a dipingere all'età di 15 anni, sotto la guida del suo primo ed unico maestro, Morteza Katouzian, considerato il più grande pittore realista iraniano.
Le sue opere sono caratterizzate da uno straordinario realismo, da un'espressività nitida, senza veli, che getta uno sguardo quasi fotografico sul suo Paese, ora celebrandone il glorioso passato, ora catturando attimi di odierna quotidianità.

                           

 

 

PRIMA DONNA   

Sono la prima donna.
Sono scesa dagli alberi
ed ho affrontato - a testa alta - il mondo.
Ho raccolto e diviso con altri il cibo ed il fuoco
perché avevo fame, freddo e paura del buio.
Sono quella che ha capito che nel suo grosso ventre
c’era una piccola se stessa e ha saputo averne cura.
Ho domato anche i lupi
perché ho amore da dare.
Sono quella che è stata umiliata, picchiata e sfruttata
rinchiusa, ingannata e violentata
solo perché sono una donna.

Sono mia madre e le madri di tutto il mondo.
Quelle che vorrebbero soffrire e morire
prima che i loro figli soffrano e muoiano,
quelle che davanti ad un piccolo corpo insanguinato
piangono
prima di chiedere chi e perché.
Anche se non è suo il sangue,
anche se è diverso il colore della pelle,
anche se è di un diverso Dio.
Non è più il buio quello che mi fa paura.
E’ la mano che ieri ho riempito di cibo
e che oggi è piena di odio. -
 

Le margherite 

Tra rive d’erba
giacciono figli rifiutati
una sedia e una dispensa
dalla bocca aperta.

Si passa oltre e non è pianto.

Non offende il cibo ingoiato
non c’è più nulla
nella mano che getta, niente
nei cassetti spalancati.

Per l’accumulo, finti castori
demiurghi maldestri, siamo
già tutti assolti

reintegrati per nuove imprese
con denti affilati, lassù sugli spalti.

A Gennaio si parte:
nel posto riparato del prato
in solitaria ascesa riverberano
delle piccole e strane margherite.

 

Una poesia inedita

Paola Renzetti  

è nata in un paesino dell’Appennino parmense nel 1955. Vive in provincia di Milano, dove lavora come insegnante nella scuola primaria. Ha frequentato l’ Accademia di Brera e coltiva interessi fortemente legati alla natura e all’espressione artistica. Assidua la partecipazione a numerose mostre collettive e concorsi con buoni risultati. Ha pubblicato un primo e unico libro di poesie, Stazioni, nel 1997 con la casa editrice Rangoni di Milano. Suoi testi sono presenti su alcuni blog letterari in rete.

 

 

ANGELI… 

Gli angeli sono quattro, come le quattro settimane di Avvento che preparano al Natale e ognuno di essi indossa un vestito di un colore che rappresenta una particolare qualità.

 Durante la prima settimana, un angelo discende dal cielo per invitare gli uomini a prepararsi per il Natale. È vestito con un grande mantello blu, intessuto di silenzio e di pace. La maggior parte della gente non sente il suo arrivo perché è troppo indaffarata.

 L'angelo blu canta con voce profonda e soltanto quelli che hanno un cuore attento possono sentirlo. E quelli che lo sentono incominciano a prepararsi per il Natale. Il blu del mantello rappresenta il silenzio e il raccoglimento.


Durante la seconda settimana, un angelo col mantello rosso scende dal cielo e porta un cesto vuoto. Questo cesto è intessuto di raggi di sole e può contenere soltanto ciò che è leggero e delicato. L'angelo rosso passa su tutte le case e cerca; guarda nel cuore di tutti gli uomini per vedere se trova un po' di amore... Se lo trova, lo prende lo mette nel cesto e lo porta in cielo.

 E lassù, le anime di tutti quelli che sono sepolti in terra e tutti gli angeli prendono questo amore e ne fanno luce per le stelle.

 Il rosso del suo mantello rappresenta l'amore.


Nella terza settimana, un angelo bianco e luminoso discende sulla terra. Tiene sulla mano destra un raggio di sole. Va verso gli uomini che conservano in cuore l'amore e li tocca col suo raggio di luce. Essi si sentono felici, perché nell'inverno freddo e buio sono rischiarati ed illuminati.

 Soltanto coloro che hanno l'amore nel cuore possono vedere l'angelo bianco... Il bianco è il simbolo della luce e brilla nel cuore di chi crede.


Nella quarta settimana di Avvento, appare in cielo un angelo dal mantello viola.

 L'angelo color viola passa su tutta la terra tenendo col braccio sinistro una cetra d'oro.

 Suona una musica dolcissima e canta soavemente.

 Ma per poterlo udire occorre avere un cuore silenzioso ed attento.

 Egli canta il canto della pace.

Tutti i semi che dormono sulla terra si svegliano, perché essa ha ascoltato questo canto ed ha tremato di gioia. Il colore viola è formato dall'unione del blu e del rosso, quindi il suo mantello rappresenta l'amore vero, quello profondo, che nasce quando si sta in silenzio e si ascolta la voce del Signore dentro di noi.