L'ESERCIZIO MISTERIOSO e...L'AMORE"

(di Anthony De Mello)



Ho un altro esercizio da raccomandarvi, l'esercizio misterioso, perché non mostra immediatamente la sua connessione con la libertà. Esso consiste nel fare quanto segue. Entrate in contatto con le sensazioni del vostro corpo.
Percepite come i vostri vestiti poggiano sulle vostre spalle, come la spalliera della sedia sorregge la vostra schiena, sentite come le vostre mani riposano, distese...

Dopo aver fatto questo per alcuni istanti, prendete coscienza del fatto che state osservando queste sensazioni. E dite: “Non sono io queste sensazioni, non sono io questo corpo”. Poi osservate i pensieri che si affacciano alla vostra mente. Dopo un po', rivolgete l'attenzione al fatto che state osservando i vostri pensieri e dite: “Io non sono questi pensieri, io non sono i miei pensieri”. Poi prestate attenzione ai vostri sentimenti o ricordate alcuni sentimenti del passato, specialmente del passato recente. Angoscia, depressioni, sensi di colpa, qualunque essi siano. Dopo un po', rivolgete la vostra attenzione al fatto che state osservando questi sentimenti e dite: “Io non sono questo sentimento, io non sono i miei sentimenti”.

Se siete tesi, non identificatevi con la vostra tensione.
Se siete depressi, non identificatevi con questa depressione. “Io non sono questa depressione”.

Questo è uno dei grandi esercizi che ci offre l'Oriente. I suoi risultati non si notano immediatamente, ma provoca effetti infallibili. E spezza la catena più profonda, quella dell'illusione e della tirannia dell'io.

Restate in silenzio per qualche minuto e praticate alcuni degli esercizi che ho suggerito e che vi sono piaciuti. Ho illustrato due esercizi che chiamerei a lungo termine: quello del “tremila anni fa” e del “tra tremila anni”; il secondo è quello misterioso: “Io non sono il mio sentimento, io non sono i miei pensieri,
ecc.”.
E ho raccomandato altri esercizi per combattere la schiavitù, per liberarsi dalle catene, per provocare una liberazione immediata.
Al termine al questo capitolo lasciatemi raccontare la storia di una persona libera. Una ragazza, in un villaggio di pescatori, restò incinta. I suoi genitori la picchiarono finché non confessò chi era il padre: “È stato il maestro zen che vive nel tempio fuori dal villaggio”.

I suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio si indignarono. Una volta nato il bambino, accorsero al tempio e lasciarono il neonato ai piedi del maestro zen.
E dissero: “Sei un ipocrita, questo bambino è tuo! Prendine cura!”. Il maestro zen si limitò a replicare: “Va bene! Va bene!”. E diede il bambino a una donna del villaggio perché lo svezzasse, facendosi carico lui delle spese. In seguito a questo fatto il maestro perse la propria reputazione, i suoi discepoli lo abbandonarono, nessuno andò più a chiedergli consigli, e questo durò per alcuni mesi. Quando la giovane vide tutto ciò, non sopportò questa situazione e raccontò a tutti la verità. Il padre del bimbo non era il maestro, ma il figlio del vicino. Quando i suoi genitori e tutti gli abitanti del villaggio lo vennero a sapere, tornarono al tempio e si gettarono ai piedi del maestro zen. Implorarono il suo perdono e chiesero che restituisse loro il bambino.
Il maestro restituì il bambino e si limitò a dire: “Va bene! Va bene!”.
Ecco una persona libera. Una persona capace di soffrire, che ha raggiunto la prospettiva di cui vi parlavo in precedenza. Auguro a me e a voi, quale risultato dei nostri deboli sforzi, che Dio ci conceda questo dono!

L'AMORE
Finora vi ho parlato della pace, della gioia, del silenzio, della vita e della libertà. Adesso voglio parlarvi dell'amore. Si tratta dell'argomento più difficile, perché nella sua immensità e misteriosità l'amore è sconfinato quasi come Dio. Di tanto in tanto, abbiamo come degli slanci d'amore e lo capiamo solo vagamente. Non credo che qualcuno comprenda realmente questa cosa misteriosa. Con voi voglio riflettere su due aspetti dell'amore: l'amore come creazione e l'amore come identificazione.

Comincio a parlare dell'amore come creazione raccontandovi uno stupendo racconto degli indiani d'America, uno dei racconti da me preferiti.
Un guerriero indiano trovò un uovo di aquila sulla cima di un monte e lo mise insieme alle uova che dovevano essere covate da una gallina. Quando venne il tempo, insieme agli altri pulcini uscì dal guscio anche la piccola aquila, figlia della stessa nidiata. Essa crebbe insieme agli altri pulcini. Dopo un po' di tempo, imparò a chiocciare come le galline, a razzolare, a cercare vermiciattoli, limitandosi a salire sui rami più bassi delle piante, esattamente come tutte le altre galline.

La sua vita trascorreva nella consapevolezza di essere una gallina. Un giorno, diventata ormai vecchia, l'aquila guardò in cielo e vide qualcosa di stupendo. Lassù, nell'infinito azzurro, vide volteggiare un uccello maestoso, che non sembrava fare il minimo sforzo. La vecchia aquila ne rimase impressionata Si voltò verso la gallina più vicina e le chiese: "Che uccello è quello?”. La gallina guardò in cielo e rispose: “Oh! È l'aquila d'oro, la regina dei cieli. Ma non pensarci. Tu e io siamo qui, sulla terra”. E l'aquila non guardò più in cielo e morì convinta di essere una gallina. Così tutti la trattavano; così crebbe, così visse, così morì.

Sapete cosa significa l'amore come creazione? Guardare all'aquila e avere coscienza di chi essa è realmente perché possa aprire le ali e volare come l'aquila dorata. È plasmare in essa l'aquila.

Un famoso psicologo americano coordinò un'esperienza degna di menzione. Sapete cosa fece? Poco prima della conclusione dell'anno scolastico sottopose tutti gli alunni di una scuola a un test di quoziente d'intelligenza. Gli psicologi scelsero dieci o dodici nomi di alunni e dissero a ogni loro professore:
“Questi dieci ragazzi parteciperanno alle vostre lezioni.
Sappiamo dai test che sono quelli che tecnicamente definiamo superdotati.
Vedrete che tutti saranno al primo posto nel corso del prossimo anno scolare.
Voi dovete soltanto promettere di non dire nulla alla scolaresca, perché questo può risultare negativo per loro”. I professori promisero di non dire nulla. Ora, tra quegli alunni non c'era alcun superdotato e l'esperimento era consistito semplicemente nello scegliere dieci o dodici nomi a caso e consegnarli ai professori. Dopo un anno, gli psicologi tornarono in quella scuola e cosa trovarono? Tutti i “superdotati” aumentarono il proprio quoziente d'intelligenza almeno di dodici punti. Alcuni di ben trentasei punti. Gli psicologi intervistarono i professori e chiesero: “Come vi sono sembrati questi alunni?”. I professori usarono rapidamente aggettivi come: intelligenti, dinamici, vivi, interessati, ecc.

Cosa sarebbe accaduto a quei ragazzi se i loro professori non avessero pensato di avere in classe dei super dotati? Sono stati i professori a sviluppare negli studenti tutte le loro potenzialità.
Gli psicologi ripeterono l'esperienza in altre scuole e persino con animali.
Sempre con successo. Dissero agli studenti di psicologia che facevano esperimenti con topi: “Ecco per i vostri esperimenti una nuova razza di topi, che reagirà meglio”. E i topi reagivano meglio pur appartenendo alla stessa  razza dei precedenti. Essi arrivarono alla conclusione che dipendeva dal fatto che gli studenti li trattavano con maggior impegno. Essi nutrivano maggiori aspettative nei confronti dei topi e questi corrispondevano alle loro aspettative, che in un modo o nell'altro venivano trasmesse agli animali.

La prima volta che sentii parlare di questo esperimento, mi ricordai di un grande americano: Padre Flannagan, fondatore della Città dei ragazzi. L'uomo divenne una leggenda che arrivò persino in India. All'inizio fondò quel luogo per aiutare minori abbandonati. Poi, per aiutare delinquenti. Quando la polizia non sapeva più cosa fare, Padre Flannagan se li portava a casa. Si racconta che egli non parlava mai con i ragazzi. Di lui mi ricordo una vicenda, che mi ha vivamente impressionato.

Un ragazzo di otto anni aveva ucciso il padre e la madre. Potete immaginare cosa può essere successo a questo ragazzo per diventare così violento nonostante la sua tenera età. Varie volte venne arrestato per aver
organizzato rapine a banche. La polizia non sapeva cosa fare: era minore, non lo si poteva processare o arrestare, e neppure rinchiuderlo in un riformatorio, poiché avrebbe dovuto avere almeno dodici anni. Chiamarono il Padre Flannagan e gli chiesero: “Accetta di prendere questo ragazzo?”. Il padre rispose: “Chiaro! Mandatemelo qui!”.

Molti anni dopo, il ragazzo scrisse la sua storia: “Mi ricordo del giorno in cui stavo viaggiando alla volta della Città dei ragazzi in quel treno, con un poliziotto. Pensavo: “Mi stanno mandando da un prete. Se questo tale viene a dirmi che mi ama, lo faccio fuori””. Ed era un assassino! Cosa avvenne? Arrivò alla Città dei ragazzi; bussò alla porta di Padre Flannagan che disse: “Avanti!”. Il ragazzo entrò e Padre Flannagan gli chiese: “Come ti chiami?”. E il ragazzo: "Dave, signore".

E Padre Flannagan: “Dave! Benvenuto alla Città dei ragazzi. Ti stavamo aspettando! Adesso che sei qui, da' un'occhiata in giro, tanto per conoscere il posto. Sai che tutti qui lavorano per vivere? Qualcuno ti farà vedere tutto.
Forse potrai scegliere un'attività che ti piaccia. Comunque, per ora va' a riposare. Prendi visione del posto. Adesso puoi andare. Ci vedremo più tardi”.
E il ragazzo disse che quei pochi secondi cambiarono la sua vita. Sapete perché? “Per la prima volta in vita mia guardai negli occhi un uomo che senza usare parole, non diceva che mi amava, ma: “Tu sei buono, tu non sei cattivo, tu sei buono!””. Il ragazzo divenne buono. Come ci dicono gli psicologi, noi abbiamo la tendenza a essere ciò che sentiamo di essere. Voi potete pensare a qualcosa di più spirituale di più divino? Vediamo la bontà in qualcuno, glielo manifestiamo e di conseguenza costui cambia vita, viene ricreato. “L'amante crea l'amore”. Egli vede la bellezza e nel momento in cui la vede la fa emergere.
Spesso chiedevano a Padre Flannagan qual era la ragione del suo successo. Egli non rispondeva alla domanda, perché il principio che seguiva era: “Non esiste nessun ragazzo cattivo”. Padre Flannagan vedeva la bontà, la faceva scaturire da ogni ragazzo che ospitava Egli creava la bontà.
Questo è ciò che intendo io per amore. Un aspetto dell'amore. Vi piacerebbe avere un poco della percezione delle cose di Padre Flannagan?
Sono sicuro che a tutti voi piacerebbe essere come lui, perché tutti vogliamo amare.