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IL
VIAGGIO:
Autobiografia
di uno
yogi
occidentale,
discepolo
di
Paramahansa
Yogananda
EDIZIONI
MEDITERRANEE
- ROMA
Se vuoi
giungere
e trarre
piacere
da ogni
cosa,
non
desiderare
piacere
in
nulla.
Se vuoi
giungere
a
possedere
tutto,
non
desiderare
di
possedere
nulla.
Se vuoi
giungere
a essere
tutto,
desidera
di
essere
nulla.
Se vuoi
arrivare
a
conoscere
tutto
non
desiderare
alcuna
conoscenza.
Nota:
Questo
brano
mostra
anche,
incidentalmente,
lo
stretto
rapporto
che
intercorre
fra le
esperienze
mistiche
dei
grandi
santi
cristiani
e quelle
dei
grandi
yogi. Le
espressioni
di San
Giovanni
-
"possedere
tutto,
essere
tutto",
ecc. -
non sono
mere
metafore;
quanto
egli sta
descrivendo,
in forma
assolutamente
letterale,
altro
non è
che lo
stato di
coscienza
che gli
yogi
conoscono
come
samadhi,
o
coscienza
cosmica.
Nel
capitolo
trentatreesimo
presenterò
parecchie
altre
conferme
analoghe,da
parte
cristiana,
delle
antiche
dottrine
yoga.
Fine
nota.
L'essenza
della
rinuncia
è
l'abbandono
dell'atteggiamento
quasi da
mendicante
che si
aggrappa
a
oggetti,
luoghi,
persone,
esperienze
- in
breve a
tutte le
limitazioni
di
questo
mondo -,
per
porsi,
in ogni
momento
della
propria
esistenza,
in
offerta
ai piedi
dell'Infinito.
Yogananda
ci
consigliava,
soprattutto
all'inizio
della
vita
spirituale,
di
frequentare
poco o
niente
affatto
chi
ancora
nutriva
attaccamento
per i
beni
terreni.
E'
necessario,
diceva,
che il
cuore si
rafforzi
in
preparazione
dell'eroico
sacrificio
a Dio di
ogni
desiderio,
di ogni
pensiero,
di ogni
sentimento.
Nessuna
persona
di
carattere
debole
potrebbe
mai
compiere
un'offerta
così
totale
di se
stessa.
I
codardi
cadono
ben
presto
sul
ciglio
della
via.
Nessuno
che
abbia
imboccato
il
cammino
spirituale
attratto
soltanto
dal suo
fascino
superficiale
può
sopravvivere
alle
prove
che non
hanno
altro
scopo
che
annientare
ogni
inclinazione
naturale
del
devoto.
quanto
più
totalmente
ci si
saprà
identificare
con uno
stato di
coscienza
di
completa
abnegazione,
tanto
maggiori
saranno
le
probabilità
di
successo
nella
propria
ricerca
di
perfezione
spirituale.
Ciò è
vero per
chi ha
responsabilità
familiari,
che per
i monaci
o le
monache.
La
rinuncia
esteriore
aiuta
soltanto
ad
aumentare
la
fermezza
della
risoluzione
interiore,
necessaria
a tutti
i
devoti,
di
aspirare
unicamente
a Dio.
Nei
monasteri
SRF,
Paramahansa
Yogananda
ci
insegnò
a
proclamare
coraggiosamente
la
nostra
nuova
identità
di figli
di Dio,
rigettando
ogni
coscienza
di
legami
mondani.
"sSgnore",
esordii
un
giorno,
"mio
padre...".
"Tu non
hai
padre!",
mi
rammentò
perentorio
il
maestro.
"Dio è
Tuo
Padre".
Nota:
"Mentre
Gesù
predicava
ancora
alle
folle,
ecco sua
madre e
i suoi
fratelli
che,
fermatisi
di
fuori,
cercavano
di
parlargli.
E uno
gli
disse:
"Ecco,
tua
madre e
i tuoi
fratelli
sono là
fuori
che
cercano
di
parlarti".
Ma Egli
rispose:
"Chi è
mia
madre, e
chi sono
i miei
fratelli?".
E,
stendendo
la mano
sui suoi
discepoli,
disse:
"Ecco
mia
madre e
i miei
fratelli!
Poiché
chiunque
avrà
compiuto
la
volontà
del
Padre
mio che
è nei
cieli,
quello
mi è
fratello
e
sorella
e
madre"."
(Matteo,
12:46-50)
Fine
nota.
"Mi
dispiace,
signore.
Intendevo
il mio
padre
terreno".
"Così va
meglio",
rispose
con un
cenno
d'approvazione
Yogananda.
"Il
latte
non
galleggia
sull'acqua",
ci
rammentava
spesso,
"ma si
mescola
con
essa. In
modo
analogo,
finché
la
vostra
devozione
è ancora
"liquida"
-
intendo
non
ancora
sufficientemente
sperimentata
- può
essere
diluita
dalle
influenze
mondane.
Dovete
quindi
evitare
il più
possibile
queste
influenze.
Soltanto
quando
il
"latte"
della
vostra
coscienza
è stato
bene
sbattuto
nella
zangola
fino a
rapprendersi
nel
"burro"
della
realizzazione
divino,
esso
galleggerà
senza
difficoltà
sull'acqua
del
mondo,
senza
restarne
alterato".
"La
mente
dell'uomo
ancora
rivolto
a questo
mondo",
disse
una
volta,
"è come
un
setaccio,
crivellato
di
desideri,
distrazioni,
preoccupazioni.
Per una
persona
in
questo
stato
mentale
è
impossibile
raccogliere
e
trattenere
il latte
della
pace".
Il
Maestro
nutriva
compassione
per i
deboli e
non
cercò
mai di
imporci
ideali
che
fossero
al di là
della
nostra
portata.
Ci
accettava
piuttosto
come
eravamo,
cercando
di
guidarci
da quel
punto in
avanti.
Fu per
questo
che a
volte,
perfino
nei
monasteri,
i
discepoli
presero
per
indulgenza
la sua
gentilezza
e il suo
incoraggiamento,
mancando
così di
notare
quanto
fosse
drastica
la
rivoluzione
interiore
alla
quale
egli in
realtà
li
chiamava.
Nulla
l'avrebbe
soddisfatto
che non
fosse la
totale
distruzione
delle
nostre
limitazioni
mentali.
Più ci
consacravamo
a Dio e
più
egli,
incoraggiato
dalla
nostra
buona
volontà,
pretendeva.
Non
potevo
mai fare
a meno
di
sorridere
quando
incontravo
persone
che
definivano
l'amore
del
Maestro
per essi
in
termini
esteriori
di
piccolezze
che egli
aveva
dato
loro o
fatto
per
loro.
|
La reale
definizione
dell'amore
che ci
portava
si può
trovare
non
tanto
nelle
cose che
ci dava,
tranne
che
spiritualmente,
bensì
piuttosto
in
quello
che
prendeva
da noi.
Il suo
intento
non era
di
ripulire
le
nostre
piccole
pozzanghere
fangose
di
illusioni
per
renderci
più
confortevole
starvi
seduti,
quanto
piuttosto
di
estrarci
del
tutto da
esse.Se ciò,
durante
il
processo,
veniva a
significare
che ci
doveva
sottoporre
a una
temporanea
sofferenza,
la sua
esitazione
non era
maggiore
di
quella
di un
coscienzioso
dottore
che
cerca di
guarire
i suoi
pazienti
dalle
serie
indisposizioni
di cui
soffrono. Sull'argomento
della
rinuncia,
soprattutto,
c'era
spesso
nei modi
del
Maestro
una
certa
severità,
quasi
egli
cercasse
di
inculcarci
il
pensiero
che la
fedeltà
della
nostra
dedizione
a Dio
era per
ognuno
di noi
una
questione
di vita
o morte
spirituale.
Daya
Mata
narra di
quando,
ancora
ragazza,
chiese
al
Maestro
se
pensava
fosse
suo
dovere
abbandonare
il
monastero
e
cercarsi
un
lavoro
per
aiutare
la madre
bisognosa.
Invece
della
risposta
comprensiva
che lei
si
aspettava,
il
Maestro
quasi
gridò:
"Vai!
vattene
di qui
senza
attendere
un
minuto
di
più!".
"Ma
Maestro",
ella lo
supplicò
con le
lacrime
agli
occhi,
"non
voglio
lasciare
il
monastero.
Questa è
tutta la
mia
vita!".
"Così va
meglio",
rispose
allora
Yogananda
con
estrema
gentilezza.
"Hai
consacrato
a Dio la
tua
vita,
rinunciando
a tutti
i
legami
terreni.
La
responsabilità
di tua
madre
adesso è
Sua".
Su
invito
del
Maestro
la madre
di Daya
Mata
venne a
vivere a
Mount
Washington
dove
rimase
come
monaca
consacrata
fino
alla
morte
avvenuta
circa
quarant'anni
più
tardi.
Subito
dopo
quel
rabbuffo
Yogananda
cominciò
a
indicare
con
affetto
Daya
Mata
come il
suo
"nidiandolo"
* L'uovo
che si
lascia
nel nido
perché
la
gallina
torni lì
a
deporre
l'uovo.
N.d.T. *
e fece
coincidere
con
l'arrivo
di lei
la data
di
fondazione
del suo
ordine
monastico.
Nulla
guadagnava
l'approvazione
del
Maestro
più che
la
volontà
di
rinunciare
a tutto
per Dio.
Ciò
significava
però per
lui
soprattutto
un moto
affettivo
interiore;
i
simboli
esteriori
erano
soggetti
da parte
sua a
una
valutazione
più
sperimentale,
come
potenziali
diversivi
alla
sincerità
della
dedizione.
A
Phoenix,
in
Arizona,
un uomo
sciatto,
vestito
di
stracci,
si vantò
un
giorno
col
Maestro:
"Io ho
rinunciato
al
mondo".
Ma
Yogananda
ribatté:
"No, tu
sei
ancora
prigioniero.
.. del
tuo
attaccamento
al
disordine!".
Nell'età
presente,
piena
com'è di
pregiudizi
contro
svariati
aspetti
della
vita
spirituale,
egli ci
consigliava
un'adozione
soltanto
moderata
dei
simboli
esteriori
della
rinuncia.
Intuiva
forse
che
un'austerità
spinta
più agli
estremi
avrebbe
attratto
su chi
la
praticava
un'attenzione
maggiore
del
dovuto,
andando
così ad
alimentare
proprio
l'ego
che
l'asceta
si
sforzava
di
superare.
Egli,
per
esempio,
pur
amando
S.
Francesco
d'Assisi
che
chiamava
con
profondo
affetto
il suo
"santo
patrono",
affermava
spesso:
"S.
Francesco
amava
Signora
Povertà,
ma io
preferisco
signora
Semplicità".
La
rinuncia
non era
per lui
una
questione
di
collocazione
fisica o
di
abbigliamento,
ma di
intima
purezza
mentale.
"Trasformate
il
vostro
cuore in
un
eremo",
ci
esortava.
Non che
con ciò
rifiutasse
le forme
esteriori
che,
anzi, in
parte
favoriva.
La sua
preoccupazione
costante
era però
che noi
le
usassimo
per
interiorizzare
la
nostra
devozione.
I
monasteri,
come
tutte le
istituzioni
umane,
presentano
la
tendenza
a
coinvolgere
i loro
membri
negli
affari
esterni
della
comunità.
Ciò, in
certa
misura,
è
naturalmente
necessario,
ma
Yogananda
non
cessò
mai di
esortarci
perché
anche
nella
nostra
vita
monastica
ognuno
di noi
si
tenesse
un po'
in
disparte
dagli
altri
confratelli.
"Non
datevi
troppa
confidenza
l'un
l'altro",
ci
raccomandava
ogni
sera.
"Il
desiderio
di
compagnia
non è
che un
riflesso
dell'intimo
desiderio
dell'anima
dell'amicizia
di Dio.
Più però
cercherete
di
soddisfare
all'esterno
questo
desiderio
e più
perderete
contatto
con
l'Amico
divino
che vi
abita
dentro,
diventando
sempre
più
irrequieti
e
scontenti".
Spesso
ci
citava
ad
esempio
i santi
che si
erano
isolati
anche
dai loro
stessi
fedeli.
"L'isolamento"
, ci
diceva,
"è il
prezzo
della
grandezza".
Anche se
l'assoluto
raccoglimento
mentale
può
rendere
impopolare
chi lo
pratica
presso i
fedeli
più
tiepidi
nella
loro
consacrazione
(Daya
Mata,
per
esempio,
che
visse
secondo
questa
norma
fin dai
primi
giorni
della
sua
educazione
spirituale,
si
guadagnò
ben
presto
il
soprannome
di
"santa a
mezza
cottura"),
esso è
una
scorciatoia
per
giungere
a Dio.
I
discepoli
che
cercavano
l'aiuto
del
Maestro
per
vincere
le
illusioni
ricevevano
da lui
un
amoroso
incoraggiamento
e
consigli
improntati
alla più
profonda
comprensione.
"Se gli
impulsi
sessuali
fossero
completamente
eliminati",
disse
una sera
a un
gruppo
di
monaci,
"vi
accorgereste
ben
presto
di aver
perso il
vostro
migliore
amico.
Perdereste
qualsiasi
interesse
per la
vita. Il
sesso vi
è stato
donato
per
rendervi
più
forti.
Se un
pugile
continuasse
a
combattere
con
avversari
più
deboli,
anch'egli,
col
tempo,
si
indebolirebbe.
E'
soltanto
scontrandosi
con
avversari
potenti
che la
sua
forza si
accresce.
Lo
stesso
vale per
la
vostra
lotta
con
l'istinto
sessuale.
Più
riuscirete
a
padroneggiarlo,
più vi
parrà di
essere
diventati
leoni di
felicità".
Le tre
maggiori
illusioni
dell'uomo,
era
solito
dire,
sono il
sesso,
il vino
(e con
ciò
intendeva
ogni
tipo di
sostanze
inebrianti)
e il
denaro.
Una
volta
gli
chiesi
di
aiutarmi
a
vincere
il mio
attaccamento
per il
buon
cibo. Se
ne uscì
in un
allegro
sorriso.
"Non
preoccuparti
per
queste
piccolezze.
Quando
sopravviene
l'estasi,
tutto
passa!".

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