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Un
speranza....
Anni fa
sono
stata
colpita
da una
grave
malattia
chiamata
“linfoma
di
Hodgkin”.
Un
tumore
maligno
dei
tessuti
linfatici.
Dopo un
intervento
chirurgico
di una
certa
serietà,
mi sono
affidata
alle
cure
dell’équipe
medica
dell’Istituto
di
Ematologia
.Una
volta
alla
settimana,
per tre
mesi, mi
sono
recata
in day
hospital
nella
sala
terapia
dell’Istituto
per
cercare
la
guarigione
attraverso
la
chemioterapia
che mi
era
stata
assegnata.
E, con
grande
mia
gioia,
la
remissione
completa
della
malattia
è
avvenuta.
Quello
che ora
vorrei
ricordare
a me
stessa e
riuscire
a
condividere
con voi
è quanto
questa
grande
sofferenza
sia
stata
motivo
di utile
trasformazione
spirituale,
e non
frequentavo
nessuna
chiesa.
Per mia
fortuna
possedevo
una
spontanea
fiducia
nella
vita e
il dono
di
credere
in una
realtà
trascendente,
nell’esistenza
di uno
Spazio
Sacro a
cui era
possibile
accedere.
Questa
fede
credo
abbia
giovato
al
processo
di
guarigione
perché
in
effetti,
senza
che io
ne fossi
consapevole,
mi ha
permesso
di
accettare
la
malattia
e quindi
riuscire
a
indirizzare
l’energia
verso la
salute.
Naturalmente
il
destino
ha fatto
la sua
parte… e
le cure
mediche
pure! Mi sono
svegliata
dall’intervento
in una
condizione
di
estremo
dolore,
mi
sembrava
di
essere
avvolta
in un
involucro
sconosciuto
capace
solo di
trasmettere
sofferenza.
E quando
mi
chiedevano:
“Come
stai?”,
rispondevo:
“Male”.
Capivo
finalmente
l’esatto
significato
di
questa
parola.
Non
potevo
nascondere
nulla e,
a quelli
capaci
di
essere
presenti
assieme
a me
nell’esperienza,
accoglienti,
ho
voluto
veramente
tanto
tanto
bene.
Avevo
bisogno
di
essere
aiutata
a stare
in
quello
che
succedeva,
non ad
essere
distratta,
portata
fuori.
Quello è
stato
per me,
allora,
il vero
conforto. La
chemioterapia
mi ha
presto
tolto
vigore,
lucidità
mentale
e
bellezza
mettendomi
in una
condizione
di
prematura
vecchiaia.
Certo,
si è
trattato
di una
vecchiaia
provvisoria,
a
termine,
sapevo
che
quelle
qualità
sarebbero
tornate
se non
fossi
morta.
Ugualmente
quella
breve
conoscenza
è stata
utile
perché
mi ha
resa più
paziente
e
attenta
verso
gli
anziani
e in
genere
verso
l’handicap.
Mi ha
ricordato
quanto
possa
essere
motivo
di gioia
il
semplice
camminare,
autonoma,
per le
strade
del
mondo.
Mi ha
fatto
considerare
questa
vita un
dono da
trattare
con cura
e amore.
E,
soprattutto,
credo,
mi ha
preparata
ad
accettare
con
maggiore
umiltà
il
naturale
decadimento
di
questo
corpo. Quando
tornavo
a casa,
dopo
l’induzione
chimica
in vena,
e
soprattutto
il
giorno
dopo,
sembrava
di
essere
in
guerra,
il dopo
bombardamento
sulla
città.
Dovevo
presto
riparare
i danni.
Bere
tanta
acqua
per
proteggere
i reni,
curare
la
mucosa
della
bocca
piena di
afte e
piaghette,
prendere
minerali
essenziali,
sopportare
dolori
vaganti
che
comparivano
qua e
là.
Anche
sciacquare
una
tazza
era
molto
faticoso
e
leggere,
mio
conforto
da
sempre,
difficile.
Eppure
lo
spazio
non era
tutto
riempito
dalla
sofferenza.
Le
giornate
non
erano un
continuo
sempre
uguale.
Le
sensazioni
e i
sentimenti
che mi
attraversavano
erano
come
sempre
mutevoli.
Pace,
calma e
fiducia
facevano
capolino
permettendomi
pause di
vero
riposo. E la
morte
era
presente
come non
era mai
avvenuto.
Ma la
tenevo
lontana:
“Ho il
70% di
possibilità
di
morire
in
questa
occasione,
ma io
sono
sicuramente
nel 30%!
Adesso
non
posso
occuparmi
della
morte,
posso
solo
prendermi
cura
della
guarigione!”.
Questo
era il
pensiero. La
grande
paura
della
morte
(buio,
freddo,
salto
nell’ignoto,
solitudine,
perdita,
fine del
viaggio)
l’ho
sentita
tutta
quando
mi hanno
detto
che la
malattia
era in
remissione
completa.
Allora
però non
avevo né
il
desiderio,
né gli
strumenti
per
guardare
quella
paura.
Ho
iniziato
solo da
poco a
esplorarla.
Un altro
sentimento
molto
forte di
quel
periodo
è stata
la
gratitudine.
Ho
provato
gratitudine
verso i
miei
cari,
verso i
medici e
gli
infermieri,
verso
quelle
sostanze
chimiche
velenose
ma
efficaci,
verso
gli
amici e,
soprattutto,
verso il
mio
“potentissimo”
angelo
custode
che mi
aveva
così
bene
aiutata! Era però
una
gratitudine
muta.
Solo
negli
ultimi
tempi,
attraverso
certi
atti
devozionali
di
corpo,
mente e
cuore
–prendere
rifugio,
l’inchino,
i canti,
le
offerte
all’altare
casalingo
– riesco
a
esprimere
la
gratitudine
con
tutta la
sua
forza
viva. E
quanto
questa
possibilità
di
espressione
mi dia
conforto
e
rinnovi
in me la
fiducia,
sempre
mi fa
stupire! Quando
ci si
trova in
situazioni
di
grande
smarrimento
e dolore
quello
che
conta
sono le
cosiddette
piccole
cose,
che poi
sono
quelle
veramente
grandi.
Un
cugino
venne a
trovarmi
portandomi
un
cactus
microscopico,
turgido
di acqua
e di
calore.
Quella
pianta
possiede
ancora
oggi la
facoltà
di
ricordarmi
l’importanza
del dono
(saper
dare ma
anche
saper
ricevere),
della
compassione,
della
presenza,
della
necessità
di non
fuggire
davanti
alla
paura di
malattia
(nostra
e degli
altri),
vecchiaia,
morte. Una
volta
convalescente
ho avuto
modo di
riflettere
sull’accaduto.
Questa
riflessione
(che in
realtà
non si è
più
interrotta)
mi ha
portata,
tra le
prime
cose, a
decidere
di
praticare
yoga con
una
brava
insegnante,
divenuta
in
seguito
un’amica
e,
soprattutto,
la prima
persona
che mi
ha fatto
conoscere
il
Sentiero
attraverso
la
pratica
meditativa
.Di
questo
le sono
sempre
riconoscente.
Riuscire
a vedere
la
natura
di
questa
vita,
capire
che la
malattia
è
espressione
propria
di
questo
corpo
quanto
la
salute,
è stato
per me
motivo
di
grande
sollievo
e motivo
a
perseverare
lungo il
cammino
con
tanta
compassione
e
saggezza.
Mentre
raccontavo
questa
esperienza
all’abate
del
monastero,
lui ha
detto:
“Sei
stata
fortunata
ad aver
conosciuto
malattia,
vecchiaia
e morte
in
giovane
età…”.
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