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Molti
anni fa,
attraversai
un lungo
periodo
di
estrema
difficoltà
e di
disperazione.
Era come
cadere a
precipizio
e non
trovare
mai il
fondo e
sentirsi
inseguiti
dai
propri
urli. Al
colmo di
uno di
questi
momenti,
gridai:
"Chi è
io?" e
mi
fermai
ad
ascoltare.
Non che
mi
aspettassi
alcuna
risposta,
ma mi
colpì il
modo in
cui si
era
formulata
la
domanda.
Non
temevo
la
follia,
c’ero
abituata
e
comunque
riuscivo
a
esserne
testimone.
Cominciai
a
chiedermi
perché
mi davo
del lei,
perché
si era
creata
una tale
frattura
tra me e
quello
che
sentivo,
tra
quello
che gli
altri
chiamavano
‘io’ e
il vuoto
senza
sostegno
in cui
precipitavo.
Da quel
momento
"Chi è
io?" è
diventato
il più
sincero
e severo
amico
della
mia
vita.
Non mi
ha
permesso
di
appartenere
a niente
che mi
richiedesse
di
assomigliare
anziché
di
essere.
La
pratica
del
Dhamma,
l’aderire
senza
giudizio
e senza
identificazione
a tutto
ciò che
sorge,
senza
respingerlo
e senza
aggrapparsi,
anche
quando
fa male,
anche
quando
fa
vergognare,
mi ha
insegnato
a volare
leggera
sopra
gli
abissi e
a
sbirciarci
ogni
tanto
dentro e
ha
trasformato
la
domanda
in "Chi
sono
io?".
Di
notte,
assalita
dalla
sicurezza
di
essere
rifiutata
da
tutti,
dall’abilità
di
costruire
collage
e
mosaici
con
frasi,
sguardi,
allusioni
e toni,
mi
fermo:
"Chi
sono
io?".
Sono
questo
animale
ferito,
rintanato,
con gli
occhi
sbarrati
nel
buio,
pronto a
difendersi
con le
unghie e
coi
denti,
pronto a
farsi
fare a
pezzi
dal
primo
che
passa? O
sono il
far
finta di
niente,
scivolare
via
veloce,
andare
al
cinema,
concedermi
un
normale
malumore?
O sono
invece
l’osservare
tutto
questo,
il
sentirlo,
l’invitarlo
a essere
e a
restare,
il
ricevere
la
visita
della
compassione
che dice
che va
bene
così,
che la
guarigione
è già
nell’esposizione
della
ferita?
Chi sono
io?
E mi
accorgo
che la
domanda
si
acquieta
quando
nemmeno
una
singola
lettera
sorge in
risposta,
quando
il manto
del
senza
parole
scende
equanime.
Ci sono
tanti
tipi di
io e
probabilmente
ogni io
ha il
suo
proprio
modo di
scoprire
di non
esistere
autonomamente
e quindi
di
abbandonarsi
alla sua
funzione
anziché
pretendere
di
essere
un
monarca
o peggio
un
tiranno.
Ma ogni
io ha
una voce
o molte
voci e
ascoltarle
come si
ascolterebbe
la
conversazione
di un
altro è
molto
utile.
Il mio è
un io
bucato e
sanguinante.
Così la
mia
pratica
si
svolge
su due
piani:
sapere
quando
devo
riaggiustarlo,
dargli
da bere
e da
mangiare,
farlo
riposare
o
urlare,
portarlo
da
qualcuno
che lo
ascolti
e sapere
quando
non devo
credergli,
eppure
lasciarlo
dire,
non
condividerne
le
opinioni
eppure
accettarle.
In quei
momenti
osservo
di ogni
sua
frase
tirannica,
di ogni
suo urlo
disperato,
la fine.
Non la
cerco,
non la
incoraggio,
la
osservo.
Ci sono
delle
pause
tra gli
urli,
tra le
certezze
di
essere
perseguitata
o
orribile,
tra le
rovine,
e un
silenzio
si
stende,
come un
bambino
stanco
che si
addormenta;
il
‘senza
parole’
si
allarga
e ci
copre,
come la
neve che
cadendo
ricopre
il bello
e il
brutto e
tutto
incanta
uguale,
silenzioso
e
bianco,
equanime.
Allora
si
scopre
che ci
identifichiamo
con
alcuni
pensieri
e
emozioni,
che li
selezioniamo
e,
ripetuti,
diventano
la
nostra
personalità.
Ma se,
come
dice il
Buddha,
i
fenomeni
sono
impermanenti,
significa
che
questa
gelosia
è
diversa
da
quella
di ieri
e questa
rabbia o
paura
sono
diverse
da
quelle
di un
attimo
fa, sono
nuove e
vanno
sperimentate
con
freschezza,
come
‘visite’,
non come
pesanti
ovvietà.
Allora,
l’invidia
è
un’improvvisa
stretta
al
cuore,
la
gelosia
una
vibrazione
più
bassa,
l’amore
prende
alla
gola e
lancia
un filo
diretto
tra i
piedi e
il
cuore.
Allora
si
lascia
essere
tutto e
ci si
accorge
che ci
sono
molti
momenti
di non
paura
nella
paura e
molti
momenti
di non
amore
nell’amore
e che
gli
attimi
neutri
sono
porte
aperte
sull’assenza
di io
che ci
rivela
un tu.
La noia
ci
rivela
la
mancanza
di
intensità,
il vuoto
necessario
perché
il tu
sorga,
chiunque
o
qualunque
cosa
sia,
amico,
nemico,
emozione,
telefono,
silenzio,
divinità,
desiderio
di
cioccolato.
C’è una
storia
sufi in
cui un
amante,
dopo
aver
meditato
per
sette
anni nel
deserto,
va a
bussare
alla
porta
dell’amata.
"Chi è?"
chiede
l’amata.
"Sono
io"
risponde
l’amante.
"Qui non
c’è
posto
per io e
per tu"
replica
l’amata.
E
l’amante
torna
nel
deserto
a
meditare.
Dopo
altri
sette
anni,
bussa di
nuovo
alla
porta
dell’amata.
"Chi è?"
chiede
l’amata.
"Ci sei
solo tu"
risponde
l’amante
e la
porta si
apre.
Se non
c’è
l’io, se
non
esiste
autonomamente
dall’aria
di
questa
stanza,
dalle
nuvole
viste
negli
anni,
dai
genitori,
dalla
terra,
dal
cielo,
dal
legno di
questo
tavolo,
e
insieme
non è i
genitori,
non è
l’aria,
non è il
legno
del
tavolo,
né le
nuvole,
né gli
anni,
allora
nemmeno
l’altro
esiste,
nemmeno
l’io
dell’altro,
ma solo
un
ininterrotto
Tu.
Al primo
ritiro a
cui
partecipai
con
Sucitto,
una
delle
prime
istruzioni
fu: "Non
create
con la
meditazione
una
nuova
identità".
Rimasi
folgorata.
Era
quello
che
stavo
facendo,
stavo
creando
nuove
opinioni
da
sostituire
a quelle
vecchie,
anziché
liberarmi
da ogni
opinione,
stavo
lanciando
davanti
a me
nuove
virtù
per poi
accingermi
a correr
loro
dietro,
anziché
permettere
che
sorgano
e
sboccino
come
conseguenze
della
pratica,
come
fiori
selvatici
dal
terreno,
quando è
il tempo
e della
qualità
giusta
per
quella
terra,
per
quella
pioggia,
per
quell’aria,
per il
mio
paesaggio
interiore.
Da
allora
sto
molto
attenta
alla
formazione
di nuove
opinioni,
alla
tendenza
a
decidere
cosa è e
cosa no,
a non
precipitarmi
a
etichettare
tutto
con
termini
ascoltati
negli
insegnamenti,
ma a
lasciar
essere e
a
scoprire
di volta
in volta
dove
sono e
chi
sono. E
a
prendere
rifugio,
nella
possibilità
di
illuminare
il buio
che mi
abita,
nella
capacità
di
ascoltare
e di
vedere
lo
svelarsi
e
ri-velarsi
delle
cose e
delle
persone,
nella
fiducia
in chi e
in cosa
in
questo
momento
mi
indica
la
strada
nel
deserto,
sul
mare,
tra il
traffico
di
città.
Una
volta,
sono
riuscita
a
vincere
la paura
dell’inadeguatezza,
della
goffaggine
e della
timidezza
che mi
riduce a
pupazzo
di neve,
e ho
offerto
il cibo
ai
monaci
durante
un
ritiro.
Il modo
di
porgere
la
ciotola
dei
monaci
per
ricevere
il cibo
mi ha
colpito
fino
alle
lacrime:
la
ciotola
veniva
inclinata,
verso
chi
offriva
il cibo,
con
geometrica
grazia
non per
ricevere
il cibo,
ma per
facilitare
il gesto
a chi lo
offriva.
Era una
sensazione
impalpabile,
ma molto
precisa
di
sollecitudine
verso
chi
dava.
Non sé.
Al
contrario,
scorgo
talvolta
in me
l’incapacità
di
ricevere,
il
desiderio
di solo
dare, il
terribile
rampicante
dell’io
spirituale.
Nell’atto
di dare
c’è un
attimo
in cui
il dono
non è
più mio
e non è
ancora
tuo,
quello è
l’attimo
sacro.
Non sé.
Cvetaeva,
poeta
martire
della
poesia,
perché
esistono
anche i
martiri
della
bellezza
e non
solo
della
bontà,
ha
scritto:
"Si può
dare
solo a
chi è
ricco,
si può
aiutare
solo chi
è
forte",
un’affermazione
apparentemente
anti
etica e
anti
religiosa,
eppure
solo chi
sa
ricevere
può
lasciarsi
aiutare
e spesso
le
persone
spirituali
vogliono
tutte
dare e
si
dimenticano
del
movimento
del
ricevere
che
svuota.
Non sé.
Un
monaco
theravada
cingalese,
Ajahn
Assajee,
di
passaggio
a
Milano,
diede
queste
istruzioni
per la
meditazione
camminata:
"Camminate
con i
piedi e
non con
la testa
e
soprattutto
accorgetevi
che c’è
il
camminare,
ma non
c’è
nessuno
che
cammina".
Si è
alzato
un
vespaio
di
polemiche,
di
rabbia,
di
paura,
di
ribellione,
di
giudizi,
eppure
dietro a
tutto
questo
c’era
solo
l’urlo:
"Io
esisto!"
e dietro
alle
parole
del
monaco
un’esperienza.
Camminare
senza
colui
che
cammina
significa
scoprirsi
molto di
più del
pensiero
preoccupato
o
ossessivo,
molto di
più dei
ricordi,
dei
progetti,
delle
opinioni,
dei
sentimenti,
significa
essere
leggerissimi
e
aprirsi
all’impermanente
miracolo
dell’essere
vivi,
del
sentire
ogni
passo
che
sboccia
da
un’intenzione
del
cuore e
muove
decine
di
muscoli
e
percorre
uno
spazio
che ci
sorride.
Non sé.
Che i
fenomeni
siano
insoddisfacenti,
che
siano
impermanenti,
che non
abbiano
un sé e
che, ,
vada
inteso
così:
"Questo
non mi
appartiene,
questo
io non
sono,
questo
non è il
mio Sé",
fa delle
tre
caratteristiche
dei
fenomeni
tre
buone
notizie.
Il
carattere
insoddisfacente
dei
fenomeni
fa sì
che mi
senta
appagata
da
quello
che c’è,
da
quello
che ho,
senza
correre
di qui e
di là a
cercare
altro,
vuol
dire che
posso
fermarmi
a
celebrare.
Anicca,
l’impermanenza,
non
è solo
che dopo
l’estate
arriva
l’autunno,
ma anche
che dopo
l’inverno
arriva
la
primavera.
È vero,
cadono
le
foglie.
È vero,
spuntano
subito
le
gemme.
Anicca
sono gli
attimi
che
rotolano,
trascinando
via
amori,
opinioni,
corpi,
culture,
religioni,
ma è
anche la
tazza di
tè che i
tibetani
preparano
alla
partenza
di
qualcuno,
perché
sta già
tornando,
a berla.
E che
non
esista
un io
fisso e
autonomo,
vuol
dire che
non
siamo
soli, né
separati,
che come
stai tu
influenza
come sto
io, che
tutti
mangiamo
la vita,
che
tutti
veniamo
respirati
dall’aria,
che
tutti
scompariremo,
che alle
pietre
batte il
cuore,
che
impuro è
solo
dividere
il puro
dall’impuro,
che ogni
passo
che mi
conduce
fino a
te non è
meno
importante
del
passo
che ti
incontra,
che si
ricevono
delle
‘visite’
e non
"io
soffro;
io amo;
io sono
furente;
io
capisco",
che
l’amore
non è un
sentimento,
ma il
vuoto
necessario
a
ricevere
l’ospite
e
invitarti
a
festeggiarlo
insieme.
Negli
anni,
grazie
al
Dhamma
che
bussa e
ribussa
alle
porte
del
cuore,
ho
ricordato
che
mentre
urlavo
disperata:
"Chi è
io?",
qualcuno
accanto
a me
aveva
risposto:
"Tutto
ciò che
hai amato.”
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