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Tratto da: Speranza per un
mondo migliore
Autore: Donald Walters J.
Affanno afflizione
amarezza angustia ansietà angoscia, corruccio
crepacuore, dispiacere duolo disperazione, inquietudine,
malinconia macerazione mestizia, oppressione, patema
patimento, pena pianto, rammarico rodimento, sofferenza
spina squarcio schianto spasimo strazio supplizio,
tristezza tribolazione travaglio tortura tormento:
dolore.
Chi è quell'essere felice che può domandarsi: « Cos'è il
dolore? ».
No!, non è acqua quella che sostanzia gli oceani, i
poli, e rende fertile la terra: sono lacrime versate dal
dolore.
Vi guardo, creature d'ogni specie, razza, ceto ed età:
siete tutte segnate e dominate dal dolore. Vi guardo
cercare affannosamente il piacere ed affannosamente
trovare la sofferenza.
Il dolore non è come il sole, che splende in egual
misura sui giusti e sugli ingiusti; sembra accanirsi con
i buoni, gli inermi, lasciando perciò -in grande
perplessità chi soffre e chi è spettatore della
sofferenza, che in ciò vedono una ingiustizia.
Infatti il dolore - che sia sensazione fisica o
sentimento appare assolutamente dannoso e tanto negativo
che l'uomo ne fa la maledizione di Dio.
L'esistenza del dolore è, al tempo stesso, lacerante
esperienza e, per gli esseri dotati di raziocinio,
paurosa minaccia nonché causa di angosciosi
interrogativi.
Generalmente l'uomo accetta più l'esistenza della morte
che quella del dolore. Ed è giusto. Perché mai temere la
morte tanto da sognare l'immortalità? Che sciocchezza!
L'uomo che fosse immortale sarebbe il più disgraziato
degli esseri. La morte è la più grande benedizione:
libera l'umanità dalla tirannia dei potenti, dalla noia
dei sapienti, dal peso dei notabili.
Pensate un attimo a che cosa sarebbe l'umanità se nessun
uomo del passato fosse morto, specialmente i potenti.
Tutti vorrebbero continuare a pesare sulla storia. Ve la
immaginate che Babilonia? E quanto è comodo, invece,
poterli mettere in disparte, obliarli, seppellirli nel
silenzio.
Tu che temi la morte, non ti rendi conto quanto le devi?
Vorresti continuare a vivere? Ebbene, se anche tu
fermassi il decadere del tuo corpo, sei soddisfatto di
te stesso come sei? O forse vorresti continuare a vivere
migliorandoti via via, trasformandoti? Ma trasformarsi è
morire, morire a quello che si è. E la morte è solo
trasformazione.
Fortunatamente si muore di continuo. E se la morte è la
regina della terra - in quanto nessun essere vivente ad
essa sfugge - il dolore ne è il re.
Vivere è avere un retaggio di dolore.
Non è pessimismo il mio, è constatazione di un fatto
estremamente naturale. Riconoscerlo noti è soffocare la
speranza. E', assurdo, per non dire mostruoso, sperare
di cambiare l'ordine naturale senza tener conto delle
ragioni che lo determinano.
Questo è il punto: la ragione del dolore.
Perché mai tanto dolore affligge ogni essere vivente? E
fa dubitare i raziocinanti che la vita sia un dono; e fa
pensare piuttosto che introduca in un luogo di pena
dove, per qualche oscura ragione, ognuno debba soffrire.
E se fosse - come nella catena alimentare della natura
ogni creatura si ciba ed è cibo di altre - che le
sensazioni, le emozioni, il dolore degli esseri viventi
costituissero alimento per invisibili entità ultraumane?
E se il dolore - che è tormento di ogni essere carnale -
fosse il piacere di entità cosmiche immateriali, che si
adoperassero in ogni modo per far soffrire i viventi e
così trovare, esse, più godimento? In tal modo gli
esseri viventi tutti - e più d'ogni altro l'uomo -
sarebbero come animali da allevamento, fatti vivere e
soffrire per il piacere di invisibili, potenti,
sovrastanti, crudeli parassiti.
Questi ed altri sono i dubbi che la dilaniante crudeltà
del dolore fa sorgere in chi cerca una ragione di esso.
Il credente, di fronte allo spettacolo del dolore,
conosce il dubbio. Chi soffre perde la fede. Nei momenti
di grande dolore anche la più ferrea delle convinzioni
spirituali, vacilla.
« Padre, perché mi hai abbandonato? » si chiese lo
stesso Cristo all'acne della sofferenza.
Il dubbio che il dolore suscita nel credente si chiama «
timore di aver offeso la Maestà divina » ed è intendere
il dolore quale castigo.
Ma non in tutti i credenti il dolore evoca sensi di
colpa; a molti fa pensare d'essere vittime di
ingiustizia ed allora, spesso, diventa ribellione. «
Guai a ribellarsi nel dolore! » dicono i padri
spirituali.
Io, senza avere la pretesa d'esservi guida, vi dico:
ribellatevi pure! Il dolore non è una cosa piacevole. E'
ufficio di ogni uomo essere forte, ed è ufficio
dell'uomo forte resistere al dolore. Ma non sentitevi in
colpa se vi manca la rassegnazione, se non sapete
accettarlo come se fosse un piacere. No!, non tento di
mettere d'accordo Dio e il dolore dicendovi che è l'uomo
l'artefice della propria sofferenza.
E’ un Dio di crudeltà quello che toglie il figlio alla
madre, che lungamente lascia le Sue creature nei
tormenti tanto da far loro invocare la morte? E' un Dio
spietato quello che fa arrancare i Suoi figli,
trascinare fra mille patimenti, e rimane muto alle loro
invocazioni disperate? Il peggiore degli uomini talvolta
sarebbe più pietoso.
E' un Dio impotente quello che, invocato, implorato, non
dà le poche ore di sollievo che una semplice,
insensibile pillola può dare? Perché Dio, nella Sua
incommensurabile perfezione, ha creato il dolore? E se
non lo ha voluto o lo vuole Lui, perché lo permette?
« Perché mi è successo questo? Perché devo soffrire? »,
si domanda il sofferente. Tutti vorrebbero conoscere il
perché del loro dolore. Esistono tante risposte quanti
sono quelli che patiscono. E ne esiste una che le
riassume tutte: l'uomo soffre perché deve superare l'io
personale ed egoistico.
Questa è la risposta. Il resto è dettaglio con poca
importanza. Non è tanto un tipo di azione che determina
l'effetto, quanto l'intenzione. Quindi non serve
conoscere il dettaglio: conoscete voi stessi, le vostre
intenzioni, e saprete il perché della vostra sofferenza.
Quante volte abbiamo ripetuto che non si tratta di
sapere, ma di « essere ».
Non sempre e non necessariamente chi compie eccessi
dettati dal suo orgoglio, rinasce cieco. Quando si
soffre - cioè si subisce l'effetto karmico - si sta
seguendo la « via dell'azione ». E' tardi per
riflettere; a quel punto non c'è che il fatto che fa
soffrire, vissuto, a poter dare una data maturazione che
manca e mancava all'atto in cui si è determinato il
karma di sofferenza.
Serve riflettere prima, nella vita di tutti i giorni;
porre attenzione ai vostri rapporti con gli altri;
vivere con la vostra sensibilità e la vostra
considerazione una vita in cui gli altri non siano
relegati al solo ruolo di comparsa, in cui vi avviate a
superare l'io personale ed egoistico. Questo è il solo
modo di risparmiarvi sofferenza.
Certo è che per il fatto stesso che il dolore esista, è
da Dio voluto, ricade su di Lui. Ma sarebbe un Dio
estremamente crudele quello che condannasse al dolore
altri restandosene ben al di fuori, nella beatitudine
del Suo Olimpo, a guardare chi soffre.
Tutto quanto esiste - per esistere - deve essere «
sentito », ed il modo in cui ciascun essere lo « sente »
è il modo attraverso al quale lo « sente » Dio; perciò è
il modo attraverso al quale esiste.
Attenti a quello che ho detto.
Il dolore fa parte di una dualità della quale - saremmo
tentati di dire se non temessimo di essere retorici -
Dio stesso ne soffre e ne gioisce. Certo è che nulla di
ciò che esiste, in senso lato, anche soggettivo - a
cominciare dalle sensazioni per finire al sentire divino
-, esisterebbe se non fosse in Dio, pur essendo Dio
tutt'altro dal particolare.
Ma una domanda ricorre in chi riflette sul dolore e cioè
se Dio avrebbe potuto evitare di creare la sofferenza,
per dirla in termini di creazione. Una tale domanda
rientra nel quesito più ampio e generale, cioè: se le
cose tutte avrebbero potuto essere diverse da come sono
congegnate. Ed io rispondo di no. Vi rispondo con una
asserzione che può essere accettata solo per fede.
D'altra parte sarebbe impossibile constatare la
spiegazione con la sola mente umana.
A voi che non potete tanto, quando soffrite dico: « Non
ringraziate Dio per la sofferenza, nè maleditelo. Quando
soffrite pensate che non è tanto Dio a mandarvi quelle
pene, quanto Dio a trasformare quel dolore in un balsamo
per il vostro essere, il vostro esistere. Dio che non
condanna né si vendica, Dio che con quel mezzo, senza
alternative, vi riscatta da una vita senza coscienza, vi
richiama a partecipare alla Sua vera natura.
Nel momento che richiamate su di voi il dolore e poi
soffrite, sappiate che altro mezzo non v'era per
condurvi innanzi d'un passo ».
Forse il dolore perde il suo sapore di maledizione ed
appare meno crudele se visto in una luce diversa che
libera chi soffre dall'idea di patire una punizione
divina, che non lo fa sentire in colpa se non riesce ad
accettare la sofferenza e che, soprattutto, fa del
dolore uno strumento dell'amore divino, un mezzo per
farci partecipi dell'esistenza di Dio.
Sono consapevole che quanto dico può essere recepito più
da chi è spettatore della sofferenza che da chi soffre.
Chi patisce non intende ragioni, se non quella che può
dare termine al suo soffrire. Ed è giusto che sia così.
Ma nell'ora della disperazione, quando senti di non
farcela con le tue sole forze e ti volgi attorno, forse
senza speranza, quanta gioia e sollievo ti dà la mano di
chi ti aiuta!
Ebbene, se ti sembra bello e giusto avere trovato
soccorso, perché tu pure non soccorri? E se non soffri,
ma il dolore per te rappresenta una paurosa minaccia che
ti paralizza e speri di non trovarlo, ti dico: « Vana è
la tua speranza, prima o poi ti toccherà di patire ».
Perciò non sprecare le tue energie a sperare che non ti
tocchi, ma impiegale a capire chi soffre. Se poi puoi
capire, senza averle provate, quanto gravose e dolorose
siano le vicissitudini dei più, perché non ti adoperi
per alleviare anche in minima parte il peso di quelle?
Se puoi capire che sia giusto e bello che ogni uomo non
viva solo per se stesso, ma concepisca e viva la sua
vita nella solidarietà con i propri simili, pronto a
sostenere la parte più umile nella scala sociale, pronto
a dare anche se non ha ricevuto, come facente parte di
una sola, grande famiglia, allora perché pensi solo a te
stesso e aspiri a posizioni di preminenza e prima di
dare - se dai - fai il bilancio di cosa hai avuto e
frapponi mille condizioni al tuo dare, finanche esigere
che chi ha bisogno risponda al tuo ideale di bisognoso o
addirittura ti sia simpatico?
Se puoi capire che sia giusto e bello che la società non
sia un meccanismo senza calore umano in cui le
istituzioni hanno perduto di vista il fine, lo scopo per
cui sono state create - che é quello di aiutare gli
uomini -, perché nulla fai di ciò che tu puoi fare per
riscaldare i rapporti con i tuoi simili, anche
semplicemente cercandoli, intrattenendoti con loro senza
un tuo scopo egoistico? Perché invece fuggi chi non ti è
in qualche modo utile e fai di tutto per liberarti della
sua compagnia come se fosse una calamità?
Certo l'ideale sarebbe che fossi tu ad avere
l'iniziativa, tu ad operare una siffatta società! Ma già
tanto sarebbe che tu considerassi chi ti avvicina così
come vorresti essere considerato.
Questo è quello che il dolore ti indirizza a farti
comprendere, ad insegnarti; ma non già come un fatto di
conoscenza, un patrimonio della mente, bensì come
un'intima trasformazione: un essere nuovo che in tal
modo sente e perciò opera, ancorché perdesse o perda il
ricordo dell'esperienza avuta.
Oh dolore, primo alimento della paura! Che cosa non si
fa per sottrarsi al tuo abbraccio! Sei tu che rendi
sgradite certe esperienze, tu che muovi gli esseri
viventi per un verso anziché per l'altro. Sarebbe forse
temuta la fame se non fosse dolorosa? E chi
intraprenderebbe l'odissea che comporta lo sfamarsi se
il digiuno fosse piacevole? Dunque tu, dolore,
condizioni le esperienze degli esseri viventi e al tempo
stesso li muovi da un venefico, mortale ristagno.
Ebbene, se nelle cose che posso spiegare, tu, dolore, mi
appari utile, la stessa utilità deve esserci laddove non
arrivo ad afferrare la ragione della tua esistenza. In
effetti tu sei il termine di una primordiale dualità,
senza la quale nulla vi sarebbe di ciò che è; tu, per la
tua stessa natura inviso e rifuggito da coloro che non
esisterebbero e cesserebbero di esistere se non ti
avessero conosciuto e non continuassero a conoscerti;
tu, motore primo del divenire!
Ma dunque, se allora il tuo esistere è vitale,
rifuggirti, ribellarsi alla tua opprimente presenza è un
errore? Se quale termine di una dualità che dà vita ed
evoluzione, tu, dolore, sei provvidenziale, perché mai
ribellarsi al tuo straziante dominio? Giusto parrebbe
invece supinamente subirti. Si, è vero: il dolore è una
macerazione insostituibile, ma la sua funzione è anche
quella di far reagire, imprecare, rompere le situazioni
spiritualmente cristallizzate, indurre a ricercare, a
chiedersi: « Perché? », a diventare strumenti di
speranza e di gioia!
L'esistenza del dolore poggia su precise ragioni, quanto
meno su quella di spingere gli uomini a serrarsi, a
colláborare, a lavorare uniti per cancellarlo dalla
terra. Realizzandosi ciò, l'importante tappa raggiunta
non sarebbe tanto l'assenza di dolore, quanto l'unione
fraterna degli esseri.
Guai a chi passivamente subisse il dolore! Lo
svuoterebbe di gran parte del suo significato. Perciò,
fratelli che soffrite, imprecate, maledite, cercate,
chiedetevi perché. Così facendo fate quello che il
dolore deve farvi fare! Ma non identificatevi con il
vostro dolore. Voi siete molto di più.
Non lasciate che il dolore occupi tutti voi stessi e la
vostra vita, divenga l'unico scopo di essa e vi
paralizzi. Pensate che non vi è mandato per mettervi
alla prova o che so io, ma che voi stessi l'avete
richiamato, anche se al momento non ricordate e non
capite perché.
Forse, se pensate che voi stessi siete la ragione del
vostro soffrire, vi sarà più facile reagire, ritrovare
la serenità. Ma soprattutto ricordate che al di fuori
della dualità basilare di cui il dolore .è un elemento,
ciò che sembra crudeltà è supremo, reale Amore che
attraverso alle lezioni della vita così ci parla:
« Figlio mio, non ostinarti a cercare la felicità
dove non l'ho posta. Essa non è nel possesso dei beni
materiali, nell'appagamento dei sensi, nell'esaltazione
del tuo io o nella condiscendenza che tu puoi avere da
parte dei tuoi simili. Io solo sono la vera beatitudine.
Il mondo dei fenomeni in cui ti muovi ed agisci non deve
essere lo scopo della tua vita, ma solo un mezzo che ti
conduce a me, perché io solo sono la tua vera esistenza,
la tua vera essenza.
Per quanto tu sia debole, insufficiente e misero, per
quanto abbietto tu sia giudicato o tu sia, ricordati: io
ti amo, perché io solo sono il vero amore.
Cercami e non sarai deluso. Trovami e non conoscerai mai
più il dolore ».
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