RIFLESSIONI TEOSOFICHE

Il nostro lavoro spirituale

La mente è il cuore e il cuore è la mente

LA VITA UNA

La Vita Una è servizio

Guardare con gli occhi dell'amore

Pagine di storia Società Teosofica, Scuola Arcana e A. A. Bailey

SAMVADA

Scoprire se stessi

 

 

Il nostro lavoro spirituale
Patrizia Moschin Calvi
Un giorno una persona, parlando delle sue esperienze in un gruppo cosiddetto di ricerca spirituale, in cui si praticavano yoga, meditazione e quant’altro, raccontò che gli altri membri lo facevano sentire un reietto, uno spostato, un diverso, perché liberamente affermava di mangiare carne, cosa sconsigliatissima nell’ambito di tale centro. E raccontava che gli venivano raccomandate, per rimediare al suo atteggiamento irresponsabile, tante ore o addirittura giorni di meditazione per “purificarsi”.
Questo aneddoto, su un modo molto comune di trattare l’argomento e per così dire “risolvere” la faccenda, dà la misura di quanto poco si sappia riguardo al significato profondo delle nostre azioni, anche le più banali e quotidiane, ma proprio perché reiterate nel tempo, in grado di condizionare profondamente la nostra esistenza spirituale.
Se teniamo in considerazione gli insegnamenti dei nostri grandi Maestri sappiamo che il lavoro spirituale si può svolgere appieno solo sviluppando le più alte qualità del corpo, del cuore e della mente, affinché si possa compiere il passaggio dal corpo alla volontà o sacrificio (Karma), dal cuore all’intuizione (Bhakti) e dalla mente all’intelletto o conoscenza (Jnana). Tutto questo senza forzature, senza imposizioni, sempre foriere di inconvenienti o difficoltà, anche molto serie, ma come presa di coscienza profonda, l’unica che garantisce un atteggiamento equilibrato, quello che dà i migliori risultati nella purificazione dei nostri corpi: di quello fisico, perché sia un valido strumento, del corpo emotivo, sul quale dovremmo essere in grado di avere la padronanza assoluta, e del corpo mentale, per garantirci un dispositivo efficiente e forte.
Per tornare al nostro amico non vegetariano, ovviamente il suo regime alimentare non lo aiuta in questo processo di “raffinazione”. Ma il fatto di insistere a meditare con degli “strumenti” così poco adatti non può risolvere il problema: è come pensare di prendere il volo guidando un carro armato o provare a cucire dei ricami con dei guantoni da boxe: molto improbabile, per quanto ci si provi. Questo perché l’uso della carne, per esempio, proprio per il tipo di vibrazioni di tale materia, ottunde la sensibilità, impedendo allo studente di elevarsi, con le sue pratiche di meditazione, oltre il piano astrale e si sa che quando si lavora sul piano astrale si può facilmente andare incontro ­come minimo ­a illusioni inconcludenti, per non parlare di tutta una serie di spiacevoli e penose esperienze legate alle forme astrali degli animali dei quali ci si è nutriti e che vincolano in tal modo a sé, perché non ci dobbiamo dimenticare che siamo quello che mangiamo.
Allo stesso modo invece di soffocare, come spesso purtroppo si sente raccomandato, le nostre emozioni, sarebbe più corretto estenderle, allargarle, dal personale all’universale, in un atteggiamento amorevole e fraterno che amplia la sua visuale fino a contenere tutto ciò che esiste, libero dal senso del possesso e dell’io, dall’ostilità, ecc. nel segno di anade, il piacere cioè di fare il bene dell’altro: che sia uomo, animale, pianta, pietra ecc. Le emozioni negative, costituite di materia più grossolana infatti, attirano continuamente a sé, per affinità, elementi dello stesso tipo, che disturbano incessantemente la nostra vita emotiva; per questo è necessario coltivare una grande capacità di amorevolezza, che, non offrendo loro appiglio, ci aiuta a starne alla larga.
Ancor più del corpo astrale è “contaminabile” il corpo mentale, nella sua inarrestabile attività, stimolata dai sensi fisici e nel quale facilmente si insinuano pensieri poco edificanti. Sono quindi necessari controllo e dominio per non essere trascinati nella sua continua elaborazione di ciò che concepisce come realtà, la quale finisce così per diventare la nostra realtà, con le sue sofferenze e gioie. Per governare quella che Bernardino del Boca chiamava appunto “la pazza di casa” possiamo avvantaggiarci della disciplina che mettiamo in atto nel lavoro sul corpo astrale. Tale modo di procedere servirà per la meditazione, unico mezzo del quale disponiamo per uscire dai condizionamenti del piano mentale e che dovrebbe avere cadenza giornaliera ed oraria per quanto possibile precise. Con la pratica e la costanza impareremo ad ascoltare la voce del silenzio ed a concentrarci in essa, oltre la mente ed i suoi inganni, poiché la luce divina non penetra nell’anima fino a che l’uomo permette alla sua natura inferiore di governarlo. Vi sono tante nobili attitudini e capacità, latenti in noi, e si manifestano solo quando si verificano le condizioni adatte.
Un altro “facile” esempio di quanto e a che livelli si possa “pasticciare” con un certo tipo di energie senza davvero comprenderne i significati occulti e senza veramente conoscere le leggi che ne regolano il funzionamento può essere dato (ma gli esempi sono pressoché infiniti) da quelle pratiche che vengono definite come “risveglio di kundalini”, “pulizia dell’aura”, “riallineamento dei chakra” ecc.
Anche qui è necessario fare alcune premesse: le energie di cui siamo costituiti, la nostra aura, i nostri corpi sottili, i nostri cakra, sono il risultato del lavoro del karma, delle scelte e dell’evoluzione animica di ciascuno, con tutte le complesse implicazioni del caso. Sono diaframmi allo stesso tempo forti e fragili, dall’equilibrio in perenne mutamento, con una loro precisissima ragion d’essere ed una loro funzione, che agiscono in base a ciò che ci costituisce su tutti i piani di esistenza e sono una caratteristica esclusiva nostra, molto differente in ciascuno, tanto quanto il corpo fisico. Ma mentre per cambiare i connotati al corpo fisico è necessaria un’operazione chirurgica, la nostra aura e i nostri centri energetici sono in continua interazione non solo con noi stessi – che ne siamo coscienti o meno ­ma anche col “resto del mondo”, che pure ne può condizionare struttura, colore, funzionamento ecc.
E se la nostra consuetudine dà loro l’impronta che li caratterizza e che ne determina il funzionamento, il fatto che altre persone, intenzionalmente, vadano a creare scompiglio (sempre che ci riescano) mettendoci del loro, per esempio nei nostri corpi sottili, o nei cakra, può creare qualcosa che diventa totalmente estraneo a noi stessi, qualcosa a cui siamo “costretti” ad adeguarci o che ci troviamo a dover rielaborare poiché, magari solo inconsciamente, non vi ci ritroviamo, perché tale “risultato” non ci appartiene più, si trattasse anche di una vibrazione superiore, o di un nuovo stato di coscienza dovuto a qualche manipolazione.
Cosa possiamo sapere di ciò che ci può accadere se la nostra coscienza non ha seguito con la dovuta procedura naturale questi cambiamenti? Quale il risultato dell’interazione tra i nostri corpi sottili e l’operatore cui permettiamo di agire su noi stessi? Certo, escludiamo da queste valutazioni i grandi iniziati, che con le loro superiori capacità di valutazione della persona che si trovano davanti sanno sempre esattamente cosa può essere giusto per lei in quel dato momento, ma proprio per la sapienza esoterica che incarnano capita molto raramente che si permettano di agire sugli altri con certe pratiche, certi interventi o manipolazioni.
I nostri grandi predecessori teosofi ci hanno spesso messi in guardia dalle conseguenze di ogni acquisizione forzata, sui piani trascendenti, spiegandoci che non avere la statura morale e spirituale per sostenere tali generi di conseguimenti può farli molto facilmente diventare un’arma a doppio taglio nel nostro cammino evolutivo, se non abbiamo la forza di dominarli, poiché creano illusioni e karma a non finire e inoltre tutto ciò che non è frutto di un profondo lavoro interiore, ben radicato nella consapevolezza del nostro Sé, è un fuoco di paglia, è una conquista che avrà vita breve e che non porteremo con noi, una volta spogliatici della personalità, è qualcosa che ci scivolerà tra le mani senza lasciare traccia alcuna.
La letteratura e le ricerche teosofiche sono all’avanguardia in questi studi e testimoniano anche degli svariati casi di turbe fisiche, psichiche e mentali causati da un disordinato risveglio di kundalini o da improprie manipolazioni dei cakra ecc.
Come ben spiega Edoardo Bratina nella premessa alla prima edizione italiana del volume “Chakra” di C.W. Leadbeater: “L’ampiezza e l’attività dei cakra sarebbero in funzione delle rispettive facoltà e per questa ragione alcune scuole yoga tendono ad attivare i cakra allo scopo di acquisire le corrispondenti virtù, anziché esercitare le virtù per attivare i cakra, scambiando gli effetti con le cause. Tale forzato sviluppo unilaterale con mezzi impropri potrebbe provocare degli squilibri tra l’inadeguata condizione interiore e la maggiore possibilità di espressione esteriore al livello fisico­etereo. Vi è perciò una notevole distinzione di metodo tra le due principali scuole yoga”.
E più avanti, nello stesso testo, così si esprime C.W. Leadbeater parlando dei cakra: “Tutte queste “ruote” sono in perpetua rotazione e nel mozzo o nell’imbocco aperto di ognuna fluisce in continuità una forza del mondo superiore ­una manifestazione della corrente di vita emessa dal Secondo Aspetto del Logos Solare ­che noi chiamiamo “forza primaria”. Questa forza è settuplice nella sua natura e in tutte le sue forme opera in ognuno di questi centri, benché uno di essi in ogni caso di solito predomini sugli altri. Senza questa irruzione di energia il corpo fisico non potrebbe esistere, perciò i centri sono in azione in ciascuno, benché nella persona non sviluppata siano di solito in movimento relativamente lento, tanto da formare i vortici di forza necessari e non di più. Nell’uomo più evoluto possono essere brillanti e pulsanti di luce viva, sicché una quantità enormemente maggiore di energia li attraversa con il risultato che l’uomo ha maggiori facoltà e possibilità”.
Aggiungerei una ulteriore considerazione riguardante il corpo eterico: non penseremo si tratti di quella cosa che i coniugi Kirlian sono riusciti a fotografare! Quel che si riesce ad intuire nelle loro foto è solo la parte che fuoriesce, per così dire, dalla sagoma del corpo fisico, ma l’eterico pervade ogni nostra cellula, a tutto tondo.
Quante sottilissime sfumature dunque in taluno di essi! Come possiamo solo pensare ad un intervento esterno in una manifestazione così complessa!
Se decidiamo dunque di dedicarci al lavoro spirituale, il nostro corpo e la nostra mente non più ci apparterranno. E tutto ciò in cui consisterà la loro purificazione, per renderli adatti allo scopo, sarà non tanto per il nostro benessere, quanto per offrire un canale puro per il Loro lavoro, lavoro con il quale Essi armonizzano e influenzano il mondo e noi contemporaneamente.
Per dare qualcosa però bisogna essere puri – totalmente puri – nel corpo, nelle emozioni, nella mente, totalmente avulsi dall’io personale e dalle implicazioni anche economiche dei nostri gesti, in modo da essere di autentico beneficio agli altri.
Quindi per esempio la pratica vegetariana e la pratica della meditazione vanno considerate come un momento in cui sintonizzarci con il Loro spirito, quello dei nostri Maestri, con i Loro ideali, per metterci a disposizione ed essere materiale atto allo scopo.
Diventare più puri si impone come obiettivo primario, così come essere disponibili ed in buona salute. Fisica e psichica. Consapevoli. Centrati sul proprio asse interiore. Coscienti di far parte di una squadra che, pur composta di elementi diversi, lavora sempre con un unico scopo, insieme, senza personalismi che distolgono dal dialogo silenzioso con il nostro Sé.
Ma che la purificazione non sia lo scopo, bensì il mezzo, per una superiore consapevolezza, per un più alto sentire ed un’azione totale e totalizzante, così incisiva da sembrare la sola, unica, perfetta cosa giusta in quel momento. Un’azione del genere ha una forza travolgente e produce effetti così vasti da non poter essere compresi da mente umana, perché tanto in sintonia con le armoniche universali da risuonare all’infinito nel circolo virtuoso della Vita.
E se percepiamo forte in noi il bisogno di un Maestro dobbiamo considerare l’eventualità che la Grande Gerarchia tanto più abbia bisogno di noi, se siamo persone spiritualmente pronte ed in grado – con la nostra purezza – di rispondere al Loro appello.
Perché continuare a rimandare allora? Non saranno Loro a venirci incontro, rendendo “grossolane” le loro vibrazioni, bensì noi che dovremo raffinare tanto il nostro essere da riuscire a percepirne la presenza, la solennità, la volontà, il lavoro di amorevole servizio.
Il dilemma infatti non sta nel fatto che esistano o meno, ma quanto di Loro sappiamo cogliere con la nostra terrena goffaggine.

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La mente è il cuore e il cuore è la mente
Patrizia Moschin Calvi
Nella letteratura teosofica il pensiero è considerato costituente importante dell’essere umano: esso è di speciale interesse poiché definito terreno d’incontro fra mente concreta e manas superiore, organo della coscienza, luogo in cui può essere attivato o risvegliato il “Conoscitore”, il nucleo perenne dell’uomo, quel Sé la cui natura è Conoscenza. Il discernimento intuitivo, o viveka, che ne deriva, porta alla discriminazione tra reale e non reale, tra noumeno e fenomeno e porta alla consapevolezza della realtà, all’integrale risveglio della coscienza e quindi alla pura, effettiva Conoscenza.
Quando il Sé si manifesta, almeno parzialmente, nel microcosmo dei nostri corpi, quale Logos del nostro sistema individuale, esso si riveste di coscienza. È proprio da qui che traiamo la percezione di quel sottile senso di unità, che mai ci abbandona malgrado tutti i cambiamenti; qui ha la sua fonte il sentimento di identità, poiché esso è l’Eterno in noi.
Dal risveglio del Sé dipende il conseguimento della meta della vita, che è l’armonia con tutte le cose, e la funzione della materia mentale è proprio quella di vibrare in consonanza con le onde spirituali, per sconfiggere ahamkara, l’illusione che ci fa credere che il nostro “io” sia distinto dal Sé universale. Comprendere questa “maya”, questa illusione, significa arrivare ad identificarsi col Brahman, Felicità Suprema, Luce Suprema, Suprema Armonia poiché, mi piace ricordarlo, l’essenza dell’universo è Beatitudine.
Da ciò si può derivare che tutti coloro che riescono a divenire coscienti e quindi ad essere tutt’uno con l’Universo, raggiungono il cuore, che è la dimora dell’essenza della vita, quel Sé immortale che così viene descritto nella Chhandogya Upanishad, VIII, i, 3: “Dentro di esso dimorano il cielo ed il mondo; dentro di esso sono il fuoco e l’aria, il sole e la luna, il lampo e le stelle, tutto ciò che è e tutto ciò che non è in Questo [l’universo]”.
Come ci spiega Annie Besant nel testo Il potere del pensiero, questo etere interiore del cuore è un antico termine mistico che designa la natura sottile del Sé, il quale è davvero uno e onnipresente, così che colui che è cosciente nel Sé lo è in tutti i punti dell’universo.
Ed esattamente come la propria felicità è inscindibile da quella degli altri, così mente e cuore interagiscono: quello che pensiamo con la mente influisce sul cuore e tutto ciò che sentiamo con il cuore “contamina” anche la mente.
Qualcuno ha paragonato quest’ultima ad uno specchio, nel quale vediamo le immagini degli oggetti che ci troviamo davanti, e di conseguenza noi non conosciamo le cose in sé ma solo per l’effetto che producono sulla nostra coscienza. E’ una definizione che, se ben intesa ed assimilata, può non solo rivoluzionare il senso delle nostre percezioni, ma anche aiutarci a meglio vivere le dinamiche di relazione, basate troppo spesso esclusivamente sui preconcetti di questo approssimativo presupposto.
Ma esaminiamo ora che significato può avere per noi la coscienza. Ci è stato insegnato che coscienza e vita sono due termini identici, che esprimono entrambi un solo concetto, a seconda che venga considerato da un punto di vista interno od esterno.
Lo Studio sulla coscienza di Annie Besant così ce ne parla: “Non vi è vita senza coscienza; non vi è coscienza senza vita. Quando le separiamo vagamente nel pensiero ed analizziamo quel che abbiamo fatto, troviamo che diamo alla coscienza rivolta verso l’interno il nome di vita ed alla vita rivolta verso l’esterno il nome di coscienza. Quando la nostra attenzione è fissata sull’unità diciamo vita; quando è fissata sulla molteplicità diciamo coscienza e dimentichiamo che la molteplicità è dovuta alla materia di cui essa è l’essenza, la quale materia è la superficie riflettente in cui l’Uno diventa i Molti. Quando si dice che la vita è “più o meno cosciente”, non si intende parlare dell’astrazione vita, ma di un “essere vivente” più o meno conscio delle cose che lo circondano. La maggiore o minore coscienza dipende dallo spessore, dalla densità del velo che lo avvolge, che ne fa un essere vivente separato dai suoi simili. Distruggete col pensiero quel velo e distruggerete anche la vita, e proprio così vi troverete di fronte a Quello in cui tutti gli opposti vengono a risolversi, il Tutto”.
La coscienza, così come il pensiero, si modifica in continuazione essendo soggetta come ogni cosa, dall’atomo al corpo celeste dello spazio più profondo, al movimento: quella legge eterna che è causa dell’evoluzione della materia ed è lo spirito stesso, senza principio né fine, base e genesi dell’esistenza degli esseri. La coscienza procede dal Sé o Manas superiore e ciascuno di noi ha la meravigliosa opportunità di stabilirne il grado vibratorio, che è il risultato del costante nutrimento che le diamo, a seconda del nostro livello evolutivo. Essa ci porta a superare l’individualismo: nel momento che si viene a perdere il senso della separatività, si comprende che essa è un’illusione, che non è mai esistita, e si sperimenta uno stato beatifico che Edwin Arnold, con estremo lirismo, descrisse come “la goccia di rugiada che cade nel mare di splendore”.
Sappiamo che nel nostro sistema solare la materia è divisa in sette grandi piani: fisico, eterico, astrale, mentale, causale, buddhico e atmico. Sui primi tre cammina, evolvendosi, la maggioranza dell’umanità, mentre il sentiero del discepolo si svolge sui due piani successivi, vera chiave di volta per disciogliere l’elemento umano nel divino. Anche a questo livello di coscienza, detto campo dell’evoluzione umana supernormale, ogni modificazione appare come vibrazione, e siccome la materia è la risultante della coscienza, troviamo una costante anche nelle modificazioni della materia, susseguenti a quelle della coscienza.
Lo sviluppo dello stato di coscienza però non è mai – o quasi mai­istantaneo. E a questo proposito molto si può fare con la meditazione e lo studio di tematiche spirituali, che vi producono notevoli cambiamenti.
Lo scopo della meditazione, per esempio, a questo livello di evoluzione serve a disciplinare la mente fino a farle raggiungere quella calma che ne sospende le modificazioni. Acquietare la mente permette di liberarla da ogni intralcio, renderla più forte ed ampliarla, affinché possa essere in grado di risuonare in armonia con le vibrazioni superiori, con ciò che è oltre la mente stessa, formando un canale per l’infinita saggezza del Logos, esattamente come si allena un corpo fisico ad una certa performance.
Tutto questo però non può essere disgiunto da un’opera di preparazione, che inizia con una purificazione fisica ed emotiva e via via procede sugli altri piani. Per questo lavoro è consigliata, in particolare, la pratica del Raja Yoga, che a differenza degli altri tipi di yoga permette uno sviluppo ed una presa di coscienza equilibrati ed armonici; tale disciplina porta alla realizzazione dell’Unità di tutta la Vita tramite la cognizione della propria natura divina.
Secondo Leadbeater una meditazione è “efficace” quando concretizza, nei nostri corpi, quella che egli definisce materia superiore. In questa fase sembra che si percepiscano di frequente delle grandi emozioni, derivanti dal piano buddhico, e che sotto tale ascendente il lavoro possa dare ottimi frutti ma “in tal caso è necessario lo sviluppo del corpo mentale e causale, allo scopo di stabilizzare ed equilibrare diversamente  le grandi emozioni che ci hanno trasportati nella giusta direzione ma che potrebbero molto facilmente essere un po’ svisate e spingerci verso qualche rotta meno desiderabile. Con il sentimento soltanto non otteniamo il perfetto equilibrio o stabilità, ed è bene che sperimentiamo sentimenti elevati, e più intensi sono meglio è, ma ciò non è sufficiente: saggezza e fermezza devono pure essere acquisite, perché abbisognano del pari di una forza direttrice, come pure di una forza motrice. Il vero significato di Buddhi è saggezza, ed allorquando questa si realizza, comprende ed assorbe tutto il resto”.
La Teosofia ci insegna inoltre che il legame che ci unisce alla Triade spirituale è costituito di materia buddhica, e che di tale sostanza è formata la meravigliosa trama che sorregge e vivifica tutti i nostri corpi che, infatti, se osservati con la vista buddhica, spariscono, e al loro posto si vede una scintillante trama d’oro meravigliosamente bella, fine e delicata.
Da tutto ciò si evince l’importanza, per lo sviluppo delle facoltà dell’anima, della capacità di controllo del pensiero, prerogativa irrinunciabile, assieme ad una volontà ferma e decisa, per essere di beneficio a sé ed agli altri, prendendo parte attiva nella cooperazione allo schema generale di evoluzione.
Su questo punto tutti i grandi Saggi consigliano una pratica giornaliera, un vero e proprio allenamento dei “muscoli mentali”, che non significa vero progresso spirituale in sé, ma che consente di avere uno strumento sempre più perfezionato per il lavoro di servizio.
Ricordiamo a questo scopo che siamo un’unica coscienza con tutto ciò che ci circonda, sebbene tale percezione magari ancora ci sfugga, e che la nostra responsabilità è tanto maggiore quanto più siamo consapevoli di quello che accade a livello esoterico. I Grandi Esseri cercano la cooperazione dell’uomo, nel processo evolutivo, ma tale cooperazione, non dimentichiamolo, va offerta, e tanto più sarà efficace, solo se compiuta in piena conoscenza delle Leggi che regolano la Vita ed attenendovisi rigorosamente, per non creare più disarmonie o problemi di quelli che si cerca di riequilibrare.
E’ perciò della massima importanza la qualità dell’approfondimento che ognuno di noi compie riguardo alle Leggi Universali, in perfetta sintonia con le quali possiamo servire il Grande Piano evolutivo.
Non è un compito tanto semplice: i livelli di lavoro sono molteplici, seppure, effettivamente, come abbiamo già visto, siano riconducibili ad unità, e tutto ciò che facciamo su un livello vada a “contaminare” anche gli altri, oltre che la coscienza collettiva di cui siamo parte.
Ogni nostra conquista è patrimonio di tutti gli esseri, ogni nostro momento di profonda consapevolezza trascina con sé tutta la Vita, contribuisce all’innalzamento del livello spirituale del tutto. Per questo è di fondamentale importanza sviluppare e consolidare le nostre facoltà interiori, che possono davvero costituire un’influenza positiva e quindi non solo un effetto benefico sui piani sottili, ma anche un esempio per tutti. Sappiamo bene che è solo così che si evitano i conflitti, interiori ed esteriori (si, anche quelli fisicamente lontani migliaia di chilometri da noi), ed ogni altro genere di negatività. E’ questo l’unico strumento infallibile sulla via della riconciliazione, dell’armonizzazione e della concordia tra gli uomini e della loro sintonizzazione con il Tutto.
Teniamo presente infine che Intelligenze altissime presiedono alla razza umana nel suo complesso, esercitando continuamente una influenza spiritualizzante sugli uomini e che ci sono stati messi a disposizione molti Esseri di Luce, pronti e desiderosi, se solo lo chiediamo loro, ad aiutarci in questo compito, e se sentiamo il peso gravoso dell’immenso lavoro che c’è da fare, abbiamo il dovere di invocarne la presenza e l’ausilio: l’esercito celeste avrà così, anche sulla terra, degli ottimi soldati.

Bibliografia
Annie Besant, Studio sulla coscienza.
Annie Besant, Il potere del pensiero.
Charles Webster Leadbeater, La vita interiore.
Danielle Audoin, Avviamento allo studio dello yoga.

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LA VITA UNA
Appunti sul tema a cura di A. Girardi


La nascita della Società Teosofica nel 1875 si colloca in un momento storico in cui emerge anche a livello culturale un grande interesse per i temi dell’occultismo, dello spiritismo, dei poteri psichici.
La letteratura teosofica originaria (Lettere dei Mahatma, Blavatsky, Olcott, Sinnett, Judge e altri) affronta questi temi in modo profondo e complesso, perseguendo (si pensi ad Iside Svelata) un obiettivo di sintesi fra filosofia, religione e scienza, e dunque non disdegnando un approccio che oggi definiremo olistico, sistemico.
Il risultato è di tutto rilievo ed i temi fondamentali della ricerca umana vengono arricchiti con contributi:
­che recuperano tradizioni antiche orientali;
­che creano veri e propri ponti fra oriente ed occidente;
­che rinnovano il primato dell’universalità e dell’Unità della Vita
rispetto alla dogmatica di parte.
Alcune ipotesi di lavoro fungono da stella polare e le parole chiave
diventano:
­vita una
­evoluzione (con le sue leggi di conservazione, di entropia e di
rinnovamento)
­karma
­reincarnazione

Alla luce di queste realtà, l’esistenza dell’essere umano finisce per inserirsi in un più vasto gioco cosmico, in cui lo spazio ed il tempo possono divenire mezzo per una più profonda comprensione della realtà.
La vita e la morte, così come percepite dai sensi, abbandonano la dimensione del tempo lineare e di un valore fine a se stesso per diventare momenti dialettici di un più vasto processo di espansione della coscienza, che coniuga l’elemento individuale con quello collettivo.
Parallelamente la letteratura teosofica originaria arriva a declinare in modo complesso e puntuale la realtà costitutiva dell’uomo e valga da sintesi lo schema seguente, inserito da Sinnett nel suo Buddhismo Esoterico1:


1. Il corpo                  Rupa
2. La vitalità              Prana o Jiva
3. Il corpo astrale      Liñgasarira
4. L’anima animale    Kamarupa
5. L’anima umana      Manas
6. L’anima spirituale   Buddhi
7. Lo spirito                Atman

È proprio questa declinazione che ci permette di meglio comprendere la realtà della vita oltre la vita.
Se è vero, infatti, che le aggregazioni materiali alla fine dell’esistenza terrena tornano per così dire alla terra e se è altrettanto vero che le aggregazioni astro­mentali subiscono un periodo di purificazione in quello che la letteratura teosofica definisce kamaloka, è altresì esatto che in questo stadio si assiste ad un dissolvimento degli aspetti più “densi” del piano che contiene emozioni ed elaborazioni grossolane del piano mentale concreto e ad una conservazione o, meglio, una liberazione della parte autocosciente dell’uomo, parte che ha così la possibilità di “accompagnare” la monade sul piano del Devachan (la c.d. “dimora degli dei”).
Scrive Sinnett: “Per prima cosa, ciò che sopravvive in Devachan non è soltanto la monade individuale: questa monade sopravvive a tutti i cambiamenti dell’intero schema evolutivo e passa da corpo a corpo e da pianeta a pianeta, perché sopravvive in Devachan la personalità autocosciente dell’uomo, ma con qualche limitazione… La personalità che là sopravvive consiste soprattutto dei più alti sentimenti, emozioni e aspirazioni come anche dei gusti più elevati quali furono su questa terra: in una parola è l’essenza della precedente personalità autocosciente”2.
Ed il Col Olcott, nella sua appendice al Catechismo Buddhista, afferma, chiarendo ulteriormente il concetto: “Le successive apparizioni su uno o molti altri pianeti, o ‘discese in generazione’ delle parti (Skanda) coerenti con il desiderio di un certo essere, sono una successione di personalità. In ogni nascita la personalità differisce dalla precedente o dalla successiva. Il karma, il deus ex machina, si nasconde oggi nella personalità di un saggio, domani in quella di un artigiano e così di seguito per tutta la durata della catena delle nascite. Ma sebbene le personalità si muovano sempre, l’unica linea della vita lungo la quale esse si dispongono scorre ininterrotta.
È sempre quella linea particolare e mai un’altra. È dunque individuale, un’ondulazione individuale vitale che ha avuto inizio nel Nirvana o lato soggettivo della Natura, come le vibrazioni della luce o del calore che si producono attraverso l’etere e che hanno origine dalla loro sorgente dinamica. È questa vibrazione che attraversa da parte a parte il lato oggettivo della natura sotto l’impulso del karma e la direzione formatrice di Tanha3 che tende, attraverso numerosi cambiamenti ciclici, a ritornare al Nirvana”4.
Ma per meglio comprendere l’insieme del sistema che ci permette di cogliere l’essenza degli stati post mortem e delle successive reincarnazioni, non possiamo non tenere conto di quanto affermato da H.P. Blavatsky ne La Chiave della Teosofia relativamente alla definizione di “Sé Superiore”, di “Ego Spirituale”, di “Ego Superiore o Interiore” e di “Ego Inferiore o personale”.
Afferma H.P.B.: “Il SÉ SUPERIORE è: ATMA, il raggio inseparabile del SÉ UNICO Universale. È il Dio sopra di noi più che entro di noi; felice l’uomo che riesce a saturarne il suo Ego Interiore!
L’EGO SPIRITUALE Divino è: L’anima spirituale o Buddhi, in stretta unione con Manas, il principio mentale, senza cui non è per nulla un EGO, ma semplicemente il Veicolo Atmico.
L’EGO SUPERIORE O INTERIORE è: Manas, chiamato il quinto Principio indipendente da Buddhi. Il Principio della Mente è l’Ego Spirituale soltanto quando si è fuso e completamente unificato con Buddhi; nessun materialista, per quanto grandi possano essere le sue capacità intellettuali, può avere in sé un tale Ego. È questa l’Individualità permanente o ‘Ego reincarnantesi’.
L’EGO INFERIORE O PERSONALE è: l’uomo fisico congiuntamente al suo Sé inferiore e cioè: alle passioni, agli istinti e desideri animali. Viene chiamata ‘la falsa personalità’ e consiste nel Manas inferiore in congiunzione con il Kama­Rupa e che agisce mediante il corpo fisico e il suo fantasma, il ‘Doppio’”.5
La letteratura teosofica originaria ci permette dunque un elevato grado di approfondimento sul tema della morte, del post mortem, della reincarnazione, della Vita Una nella sua complessità.
Ma questi temi non vanno affrontati soltanto dal punto di vista della conoscenza e del sapere.
Dovremmo chiederci contemporaneamente: “Che cosa rappresenta per noi la morte?”.E “Qual è il suo reale significato?”. Ed ancora: “Il valore della letteratura teosofica è nelle informazioni che trasmette o non è piuttosto nelle intuizioni che può far nascere?”.
Una conoscenza che ci giunge dall’esterno è utile, ma non è in grado di far lievitare la coscienza se da parte nostra non viene messo in moto un processo di “osservazione neutrale”, di visione e di ascolto basati più sul silenzio che sulla declinazione verbale.
Una sorta di meditazione che sia in grado di superare la dimensione spazio­temporale, con i suoi concetti di tempo lineare e circolare.
Come a dire che le porte dell’Eterno e della vera comprensione della Vita sono nel qui ed ora, quando la barriera fra l’oggetto ed il soggetto viene infranta e l’essere umano si apre alla dimensione dell’amore e della compassione.
Risuonano le parole di Jiddu Krishnamurti: “Se il pensiero arriva a liberarsi del passato, non è più il pensiero. È cosa del tutto vana speculare intellettualmente su ciò che può esistere al di là della mente. Perché questo fatto possa accadere, è necessario che il pensiero, cioè l’io, cessi del tutto. La mente deve essere libera da ogni movimento, deve essere immobile, ma senza che vi sia una ragione per questa immobilità. La mente non può ricercarla. La mente può suddividere il proprio campo di attività e lo suddivide infatti in termini di nobile e ignobile, di desiderabile e di indesiderabile, di elevato o di inferiore, ma queste divisioni e suddivisioni sono sempre contenute nei limiti stessi della mente in modo che tutti i movimenti della mente stessa, in qualsivoglia direzione, non sono altro che una reazione del passato, dell’io, del tempo. È questa sola verità che rappresenta un fattore di liberazione e chi non è in grado di percepirla, qualsiasi cosa possa fare, resterà sempre incatenato. Tutte le sue penitenze, i suoi desideri, la sua disciplina ed i suoi sacrifici possono avere un contenuto sociologico e di conforto, ma nulla di tutto questo ha il minimo valore in rapporto alla verità”.

Note:
1) A.P. SINNETT, Buddhismo Esoterico Edizioni Teosofiche Italiane,
Vicenza, 2007 pag. 33; 2) Idem Ibidem pag 68; 3) TANHA: il termine, che letteralmente vuol dire sete, nei testi
buddhisti esprime sovente l’idea del desiderio autocentrato; 4) H.S. OLCOTT, Catechismo Buddhista – Appendice; 5) H.P. BLAVATSKY, La Chiave della Teosofia Editrice Libraria Sirio,
Trieste 1966 pag. 156; 6) J. KRISHNAMURTI, Commentaires sur la vie (Tome 2) Editions
Buchet/Chastel, Paris 1973 pag. 310­311. Traduzione dell’autore.
Antonio Girardi è il Segretario Generale della Società Teosofica Italiana.

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La Vita Una è servizio
Patrizia Moschin Calvi


Ci siamo mai chiesti quale sia il significato della Teosofia, la sua essenza? Essa ci insegna che essendo l’uomo stesso divino, può comprendere la Divinità, che tutto pervade, e la cui vita egli condivide.
E tale verità assoluta, l’immanenza del divino, porta con sé come conseguenza inevitabile lo spirito di fratellanza, poiché se la vita divina è in tutto ciò che esiste, tutto è quindi uno, una sola grande fratellanza, dal punto di vista trascendente.
I Maestri di Saggezza, su questo argomento sono stati chiarissimi: nelle Loro Lettere infatti hanno affermato: “Quando noi parliamo della Vita Una diciamo anche che essa penetra in ogni atomo della materia, anzi che ne è l’essenza, e che quindi ha non solo relazione con la materia, ma anche tutte le sue proprietà, ecc., perciò essa è materiale, è la materia stessa1”. Questa unica ed eterna esistenza da cui derivano tutte le cose è il nucleo più interiore dell’uomo e dell’universo, senza il quale niente potrebbe esistere sui livelli inferiori della manifestazione.
Dunque la natura profonda dell’uomo è l’anima spirituale, Buddhi, sesto principio, che ha sede nel cuore, “facoltà della conoscenza, canale per mezzo del quale la divina sapienza raggiunge l’Ego, discernimento del bene e del male, divina coscienza e veicolo dell’Atma2”.
Ma come cooperare alla realizzazione in noi di questa facoltà così importante? Qui ci soccorre la Sapienza Antica che recita: “L’unico modo in cui l’uomo può contribuire alla costruzione di questa forma gloriosa è quello di coltivare un amore puro, altruistico, benefico, universale, un amore che non è parziale, che nulla chiede in cambio. Questa spontanea effusione di un amore che tutto dona e nulla chiede è la caratteristica più spiccata degli attributi divini. Amore puro diede origine all’universo, amore puro lo sostiene, amore puro lo spinge verso la perfezione, verso la felicità. E tutte le volte che l’uomo dà amore a chi ne ha bisogno, senza far distinzioni, senza secondi fini, per la pura, spontanea gioia di dare, egli va sviluppando l’aspetto di beatitudine della Divinità che è in lui, va preparandosi quel corpo di bellezza e di letizia ineffabile nel quale il Pensatore, liberandosi dai limiti della separatezza, salirà a ritrovare se stesso e pure a sentirsi uno con tutto ciò che vive3” Se ci pensiamo bene è l’affermazione di una promessa entusiasmante.
Ad Atma-Buddhi, principio universale, si dovrà successivamente affiancare Manas, principio mentale, affinché sia resa possibile l’individualizzazione, che sola permette di raccogliere quelle esperienze che il conseguimento dell’autocoscienza porta a realizzare. In questo modo si promuove l’evoluzione dello spirito, secondo le immutabili, armoniose ed infinitamente giuste leggi della Vita.
E come onorare quindi la nostra natura spirituale? Come rendere giustizia a tale principio? Come celebrare questo profondo mistero?
Qualcuno ha detto che noi esseri umani siamo come le vetrate colorate delle cattedrali, che brillano quando fuori c’è il sole, ma al calare della tenebra la loro bellezza si vede solo se è accesa una luce all’interno.
Ecco, far risplendere ed irradiare nel buio della notte della materia la nostra luce interiore è una metafora adatta a spiegare quale potrebbe essere il nostro compito: non solo avere fiducia in questo principio che anima ogni cosa esistente, ma contagiare gli altri con la nostra certezza; non solo percepirne la profonda indiscutibile verità, ma trasmetterla intorno; non solo sintonizzarci su quella lunghezza d’onda, ma insegnare agli altri come conseguirla.
Questo ovviamente non può che diventare un modo di essere e quindi di vivere. A mio parere infatti la Teosofia non può che essere la vita quotidiana, per la sua natura stessa, la sua sacralità. Non si può infatti agire in un modo durante il lavoro, in un altro in famiglia, ecc. e poi decidere di fare i teosofi nel tempo libero, sentendoci buoni e giusti nella sconfortante frammentazione della nostra esistenza. Qualcosa di poco armonico, una sensazione di incongruenza, di vaga ipocrisia ci opprimerà. O quanto meno, se noi faremo finta di niente, verrà percepita dagli altri e questo ci renderà poco credibili ed autorevoli. Le nostre parole infatti, qualsiasi cosa diremo, non varranno a convalidare la nostra attendibilità, che non è fatta di bei discorsi o libri ostentati a memoria, ma di quello che la nostra essenza irradia attorno. E le persone, sebbene purtroppo per la maggior parte inconsciamente, la capteranno.
Un prezioso libretto, mai abbastanza elogiato, che può ispirare il nostro comportamento e dare slancio e orientamento al nostro vivere per così dire “teosofico” e che vi consiglio nella nuova versione con l’ottima traduzione del nostro Segretario Generale, è La Dottrina del cuore, che contiene una serie di brevi scritti, comprendenti principalmente degli estratti da lettere ricevute da “amici indú”, che Annie Besant, comprendendone l’importanza, ha raccolto e dato alle stampe.
In tale opera si afferma che pur essendo per noi stessi i più severi dei giudici, con tutti coloro che ci circondano, senza eccezioni, dobbiamo essere dispensatori di amorevole benevolenza, simpatia, aiuto; dovremmo costituire la persona cui tutti si rivolgono nel momento della difficoltà: “Ogni aspirazione a condurre una esistenza migliore, ogni desiderio che nasce dall’abnegazione e dal servizio, ogni desiderio – seppur formulato a metà – di vivere più nobilmente dovrebbe trovarci sempre pronti a incoraggiare ed a fortificare, affinché ogni piccolo seme di bene possa cominciare a crescere, riscaldato e stimolato dalla sua natura colma d’amore. Ma per poter arrivare a servire in questo modo, è necessario un allenamento quotidiano. Innanzi tutto si deve considerare come un fatto incontrovertibile che, in tutti, il Sé è uno…. Occorre desiderare di condividere il meglio di quanto possediamo. La via dello Spirito consiste non tanto nel conservare, quanto piuttosto nel donare… Cerchiamo poi di non dimenticare mai che ciascuna persona che si trova con noi in un determinato momento è quella che il Maestro ci pone vicino per servirla in quel momento. Se, per noncuranza, impazienza o indifferenza, noi trascuriamo di aiutarla, trascuriamo il lavoro del nostro Maestro. L’essere assorti in un altro compito ci fa spesso dimenticare questo dovere immediato. Talora non comprendiamo che aiutare un’anima umana che ci è stata inviata “è” il nostro lavoro attuale... In Occultismo il libro della vita è quello che ci ricorda di più la nostra interiorità. Se noi studiamo altri libri è solamente per poter vivere, poiché lo studio, anche delle opere Occulte, è un mezzo di sviluppo spirituale solo se noi facciamo degli sforzi per vivere la Vita Occulta. E’ la vita e non il sapere, il cuore purificato e non la testa ben riempita, che ci conducono ai piedi del nostro Maestro4”.
Quest’ultima frase credo dovrebbe accompagnarci sempre, come un mantram, ogni giorno della nostra esistenza. Credo ci sia poco altro da aggiungere.
Eppure, tutto questo non bastava, all’inizio del secolo scorso, ai ferventi teosofi dell’epoca. Chiesero infatti ad Annie Besant di dare un senso alla loro aspirazione a promuovere l’applicazione pratica dei principi teosofici, ed in particolare del primo Scopo.
Così, sei mesi dopo la sua elezione a Presidente mondiale, in risposta a tanto entusiasmo, Annie Besant annunciò la costituzione di una organizzazione – l’Ordine Teosofico di Servizio ­la cui missione era – ed è tuttora – “quella di unire tutti coloro che amano, nel servizio a coloro che soffrono”.
Una prima dichiarazione degli scopi dell’Ordine era la seguente:
1. minimizzare il grado di miseria nel mondo;
2. dimenticare se stessi nel lavorare per gli altri;
3. eliminare l’egoismo e sostituirlo con l’amore come precetto per il mondo;
4. vivere nel modo più alto in sintonia con la propria interiorità.

In pochi anni, sotto la guida della fondatrice, sorsero molte “leghe” dell’Ordine Teosofico di Servizio: pensate che nel solo 1908 ne vennero fondate 34, tale era il bisogno, l’urgenza, di dare concretezza agli alti ideali della Teosofia. E così furono costituite, tra le altre, la Braille League, la Esperanto League, la Lega per la Meditazione Giornaliera, la Lega per l’Abolizione della Vivisezione, la Vaccinazione e l’inoculazione, la Lega di Guarigione, la Lega per le Ricerche Umane, la Lega di Preghiera, la Lega per fornire abbigliamento ai bambini poveri, la Lega per l’Educazione, la Lega per la Temperanza, la Lega per la Religione e le Arti ecc.
In questo modo la dottoressa Besant e i suoi compagni teosofi portarono avanti le riforme sociali, attraverso una moltitudine di movimenti lungimiranti, attivi ancor oggi sull’onda dell’energia idealistica che fece a suo tempo da agente propulsore. Perché quello di cui possiamo essere certi, quando ci dedichiamo a qualche attività, è che l’intenzione che mettiamo nell’“opera”, come una nota caratteristica, agirà quale elemento decisivo, nel bene o nel male, per la sua realizzazione. La motivazione che ci mettiamo farà la differenza.
“Questo è ciò in cui vi chiedo di aiutarmi, così da rendere bellissimo il mondo per gli altri” (affermava Annie Besant nel suo ultimo discorso nella Hall del Quartier Generale il 24 dicembre 1931).
Mi piace davvero molto questo accenno alla bellezza che fa Annie Besant, quasi come testamento spirituale, perché sono convinta che conferire grazia e incanto a tutto quello che ci circonda significhi fabbricare una specie di antidoto, un potente antibiotico in grado di contrastare la disarmonia, di qualsivoglia genere, sia materiale che morale, o spirituale. Un rimedio naturale e gratuito, alla portata di tutti.
Un pensiero crudele, una parola aspra, un gesto sgraziato, un oggetto brutto, equivalgono infatti a quell’inquinamento che contribuiamo a riversare attorno. E che altri senza rendersene conto dovranno subire, e finiranno per diffondere nel mondo, contaminati a loro volta.
Circondiamoci allora di bei pensieri, gesti, parole, oggetti: anche il lavoro di “repulisti” che faremo una volta divenuti consapevoli di questo, sarà non solo meditazione, ma pure una benedizione per il Tutto, poiché come ribadito ne I Maestri ed il Sentiero, “… la vita del mondo è la Vita Una, e quando un vero progresso è fatto da una singola unità, tutta la Natura partecipa nell’acquisto”.

Note
1. Le Lettere dei Mahatma ad A.P. Sinnett
2. I sette principi, Annie Besant, Accademia Studi Teosofici, Trieste 1996, traduzione di Mada ed Edoardo Bratina;
3. Sapienza Antica,
4. La Dottrina del cuore, a cura di Annie Besant, Edizioni Teosofiche Italiane 2005, traduzione di Antonio Girardi.
5. I Maestri e il Sentiero

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Guardare con gli occhi dell'amore
Karl Riedl


La nostra pratica è vivere in armonia e in pace per noi stessi e per gli altri. Per me questa è un'altra maniera per dire 'essere consapevoli'. Cosa significa creare e mantenere e ristabilire l'armonia e la pace? Non è forse qualcosa che stiamo cercando con tutto il cuore, un bisogno che custodiamo nel profondo del nostro essere? Essere qui dimostra proprio la nostra volontà di cercare gli strumenti per vivere in armonia. Per me è stato così, quando ho sentito Thây dire queste parole per la prima volta. Ero a Plum Village per il ritiro invernale e non avevo ancora deciso di andare a viverci. L'altro giorno ho letto, a questo proposito, una storia che vorrei raccontarvi per spiegarvi cosa intendo dire. Il cuoco del Centro Zen del maestro Suzuki, negli Stati Uniti, era molto arrabbiato, perché la sera precedente, in cucina, era successo di tutto: il cibo non era stato consegnato, nessuno aveva lavato i piatti e qualcuno aveva perfino lasciato il frigo aperto. Il cuoco si lamentò con Suzuki per venti minuti, mentre il maestro lo guardava, ascoltandolo in silenzio. Il cuoco alla fine si sentì sollevato, perché finalmente qualcuno lo aveva ascoltato e lo aveva capito. A questo punto si aspettava di sentirsi dare ragione. Suzuki gli sorrise gentilmente e gli disse: 'Ci vuole una mente davvero molto calma per fermarsi e riuscire ad armonizzarsi con tutti gli altri.' Questa risposta mi ha provocato un insight, un risveglio. E' una frase che potete fare vostra. Sembra che a Plum Village ci siano molte opportunità per calmare la mente. Ho detto 'mi sembra'. In realtà facciamo di tutto per non avere una mente calma, perché abbiamo le stesse forze dell'abitudine che avete voi. Forse noi non siamo stressati quanto potreste esserlo voi al lavoro o in famiglia. Perciò vi esorto a mettere questa frase di Suzuki roshi alla base di ogni attività della vostra mente. Non molte persone vogliono cambiare la propria vita, sedersi a meditare e cose simili. Come dice Thây, il terreno va prima dissodato con cura, dal momento che occorre un cambiamento profondo delle nostre vite. Forse dovremmo trovare il modo di cambiare il rapporto con il capufficio e anche il mezzo di trasporto con cui andiamo al lavoro, se questo ci provoca stress. Potremmo, ad esempio, lasciare la macchina e prendere l'autobus o la metropolitana. Quando torniamo a casa, prima di rientrare, potremmo rilassarci e 'rinfrescarci' con una passeggiata. Durante i miei viaggi in Giappone rimasi piacevolmente sorpreso dall'abitudine di tenere la mente calma e stabile in autobus e in metropolitana. Vedevo le persone di fronte a me, sedute ferme e rilassate, con gli occhi chiusi, come se dormissero. Ero anche un po' preoccupato per loro, temevo che perdessero la loro fermata. Invece, la metropolitana si fermava e qualcuno scendeva, perfettamente sveglio. Era tutto molto divertente, ma per me restava un mistero. Tuttavia sembra proprio che i giapponesi sappiano come rilassarsi e rigenerarsi completamente. Per esempio, nelle case hanno l'abitudine di fare dei bagni in un'acqua così bollente che quasi non ci si può immergere. In quel calore è impossibile perfino pensare. Credo che il segreto stia proprio qui: fare qualcosa che riporti nel momento presente, ma che sia anche un modo per rigenerarsi. Thay parla sempre di entrare in contatto con ciò che è rinfrescante e che guarisce. Questo ha un significato preciso: cercare modi per cambiare la nostra vita quotidiana, le nostre abitudini. Per me, ad esempio, è importante rimanere in silenzio dopo la colazione. Non lo sapevo, prima di venire al Villaggio. Ricordo un giorno in cui c'era chiasso in cucina. Era il Giorno della Pigrizia e le monache stavano chiacchierando. Mi irritai e da allora scoprii che la mia mente al mattino è instabile e sensibile. È stato un bene per me essere obbligato a non parlare dopo la colazione. Anche la meditazione del mattino mi giova moltissimo. Provate a trovare anche voi uno spazio simile: potete farlo a casa, con la vostra famiglia. Ci sono molte tecniche diverse nella meditazione buddhista per imparare a guardare tutti gli esseri viventi con mente equanime. Qui ho trasformato la mia abitudine a giudicare e a fare paragoni. A questo proposito, vorrei offrirvi un altro spunto di riflessione, oltre a quello sull'avere una mente calma: guardate ogni cosa con gli occhi dell'amore. Per me, l'amore è la base del nostro vivere insieme. Se comincerete a guardare con gli occhi dell'amore, potrete rendervi conto di quando non lo state facendo e del perché. Abbiamo molte presupposizioni, semplici idee o avversioni. Mi sono accorto, nei miei anni di viaggi, che ci sono tre grandi ostacoli che creano difficoltà a tutti noi: uno di questi è la differenza tra culture, nazioni e istituzioni. Non sapevo neppure quanto fossi razzista prima di lasciare la Germania, vent'anni fa. In India subii il mio primo shock culturale. Reagii in modo molto aggressivo. Avrei potuto parlare per giorni di quanto fossero stupide quelle persone, di come non sapessero sfruttare le risorse naturali su scala industriale. Per contro, gli indiani si dimostravano presuntuosi e orgogliosi, addirittura irritanti. Mi parlavano a lungo di quanto noi Occidentali fossimo inferiori: per esempio, invece di lavarci, usiamo la carta igienica. Da allora sono stato molto attento nel giudicare e nel guardare chi vive in ambienti e culture diverse. Stare a Plum Village, poi, è un banco di prova: in comunità convivono Vietnamiti e Occidentali, perciò ci confrontiamo spesso con la facilità di cadere nella trappola dei pregiudizi. L'altro grande ostacolo è quello dei rapporti tra genitori e figli, la difficoltà di comunicare tra generazioni. Thây ne ha parlato molto. Io, invece, vorrei soffermarmi sul terzo ostacolo: il rapporto tra i sessi. Vivere solo con le monache del Lower Hamlet (Plum Village è composto da due gruppi di cascine separati: il 'Lower Hamlet' è riservato alla comunità femminile, ndr) non rappresenta un problema, per me, perché per loro io sono al di là dei soliti paragoni tra maschi e femmine. A volte sono rifiutato da altre donne: mi dicono che gli ricordo il padre e se anche faccio notare che non sono loro padre, i giudizi e i paragoni persistono. D'altra parte, quando parlo con gli uomini, resto stupito dalle idee sulle donne, mentre, talvolta sono colpito dalle idee che hanno le donne su come sono gli uomini. Alcune settimane fa si è svolto un ritiro di monache. Sono venute molte donne, anche femministe. Sono scappato, ma un giorno due di loro mi hanno bloccato e per mezz'ora mi hanno bombardato con le loro invettive sugli uomini. Non si erano nemmeno rese conto che io ero un uomo. Quello che vorrei farvi capire è che con una mente calma si possono superare queste idee, queste differenze, possiamo facilmente incontrarci e guardare tutto con gli occhi dell'amore, senza litigare. A Plum Village abbiamo una bella cerimonia di matrimonio: le coppie si scambiano le cinque consapevolezze. Le prime quattro esprimono la responsabilità che ciascuno ha nei confronti dell'altro. La quinta dice: 'Siamo consapevoli che litigare e incolparsi non ci aiuta, ma aumenta la distanza tra noi. Solo la comprensione, la fiducia e l'amore ci possono aiutare a cambiare a crescere, ci possono aiutare a vivere insieme in armonia'. Non parlo solo di quando ci si accusa e si litiga perché ci sono delle difficoltà. Spesso cerchiamo, accusandoci reciprocamente, chi è il colpevole. È una vecchia abitudine: qualcuno deve essere il colpevole, e sicuramente non sono io, vero? Se non possiamo litigare di persona, lo facciamo con la mente. Così non riusciamo mai a ritrovare l'armonia. 'Lei, o lui, ha detto la tal cosa e questo mi ha ferito', e così via. Non litigare è una pratica molto profonda, perché quando guardiamo in profondità dentro noi stessi vediamo che questo significa non incolpare l'altro di ciò che è accaduto. Quello che succede riguarda il nostro mondo interiore: 'Avevo delle idee sulla situazione, ma le cose sono andate diversamente e non ho saputo più gestire le conseguenze'. Questa è la pratica più profonda che ho imparato qui: tornare sempre a me stesso, ricordare sempre a me stesso di farlo. L'altra persona può essere la causa ultima delle situazione, ma è a me che non piace. Non si tratta di analizzare i propri giudizi o le proprie avversioni, quanto di stare con le sensazioni spiacevoli o dolorose, toccare le ferite profonde che non abbiamo voluto vedere per molto tempo: non le conoscevamo, ma c'erano. Un anno fa, mentre andavo a fare colazione, ho visto un cartello con su scritto 'riservato alle monache'. I laici dovevano sedere altrove. Divenni furioso, mi sentii avvampare, mi tremava tutto il corpo e non capivo perché. C'era qualcosa in quel 'riservato alle monache'. Chiesi di parlare alla comunità, per esprimere il mio risentimento. La responsabile fu sorpresa: 'Mi spiace, Karl. Non volevo ferirti.' Spiegò che dovevano preparare una cerimonia. Al massimo avrei potuto rammaricarmi di non avere avuto abbastanza tatto, ma in qualche maniera non mi aveva convinto, non riuscivo a farmene una ragione. Mi ci vollero giorni e giorni per venirne a capo. Stavo con quel sentimento, non recriminavo, lo portavo nella meditazione seduta e camminata, ma c'era qualcosa in me che non riuscivo a toccare. Nessuno osava avvicinarmi. Un giorno una monaca molto gentile , che mi conosce bene, venne a bussare alla mia porta: 'Karl, che ti succede?' Le risposi: 'Non lo so. Non ne ho la più pallida idea'. Poi un giorno, dopo una settimana, affiorò una parola: 'rifiutato'. Vennero a galla ricordi degli ultimi trenta­quarant'anni, che non avevo mai voluto vedere. Mi ricordai di situazioni in cui si ripeteva la parola 'rifiutato'. Quella parola illuminò il mistero di una sofferenza fino ad allora incomprensibile.
Dare un nome risolve il problema, significa verbalizzare un insight. Questo mi ha sempre aiutato. Mi è successo ancora diverse volte di trovarmi nella stessa situazione, ma ora so riconoscerla. Thây dice sempre che è come tenere un bambino tra le braccia. Ora conosco molti miei bambini e a ciascuno ho dato un nome. Ogni tanto li incontro e dico: 'Ah, eccoti!'. Il nodo c'è ancora, ma non reagisco più.
Conoscere se stessi non significa essere il proprio psicanalista. Molte persone vengono sviate da quest'idea. Prendono la meditazione, la consapevolezza, l'insight come un lavoro da cronista: 'Ora sono arrabbiato. Ora sono annoiato. Ora sono in un altro modo'. Alla sera, poi, fanno il bilancio delle cose negative e positive. Non è questo il punto. Conoscere se stessi significa che dall'osservazione delle proprie reazioni e dalla comprensione della rabbia, del risentimento, del rifiuto, si ha la possibilità di conoscere anche gli altri. Poiché si entra in contatto con il sentimento di rifiuto, lo si riconosce nel prossimo. Prima non capivo. Vedevo qualcuno arrabbiato a causa mia, ma non capivo perché: non avevo detto niente di male, in fondo. Ora tutto è molto più chiaro, perché sono entrato in contatto con certi miei percorsi mentali e così posso essere in contatto anche con la mente dell'altro. E' questo il motivo più profondo per cui dobbiamo conoscere noi stessi. Cominciamo da noi, ma non per un fine individuale. Avevo una zia che non aveva mai il mal di testa e, quando lo avevo io, non capiva cosa fosse. In tedesco la parola compassione significa 'ho la tua stessa sensazione, posso condividere questa sensazione con te'. Occorre, però, che prima di tutto la provi io. Conoscere me stesso non è altro che conoscere te. Avendo praticato in questo modo negli ultimi due anni, sono arrivato alla conclusione che tutti condividiamo la stessa mente. Badate bene, non voglio dire che inter-siamo, ma proprio che abbiamo la stessa mente. Io potrei avere alcuni aspetti più elaborati, alcune intenzioni e inclinazioni peculiari, e, quindi, posso avere più familiarità con certi percorsi della mente, intesa nella sua globalità. Ma, osservando voi, scopro quegli aspetti del mio essere che sono rimasti in ombra. Mi è successo molto spesso. Nel Satipatthana Sutra il Buddha invita a osservare la mente dall'interno e dall'esterno e questo è conoscere la mente. Quando dico che vi capisco non voglio dire che mi occorre sapere di più di voi, conoscere le storie personali. Non penso che mi piacerebbe essere uno psicanalista. Il Buddhismo non è la psicanalisi, ma una religione. E la religione ci chiede di conoscerci, per conoscere gli altri. Capirti è molto semplice perché in te mi riconosco. Il Sangha, in questo senso, è la meditazione sulla mente globale. Non è solo vivere, lavorare, praticare insieme. È la dimostrazione pratica che siamo un'unica mente. È l'accettazione delle differenze. In fin dei conti vogliamo tutti la stessa cosa. Più mi conosco, più mi guardo in profondità, più sono in contatto con il nucleo essenziale del mio essere, più vedo che desidero la pace e l'armonia. Che voglio una mente stabile e calma. Poiché so che è la mia mente, so anche che è la vostra. Da quando guardo con gli occhi dell'amore, non ho mai incontrato qualcuno che non volesse vivere in pace e in armonia, che non volesse avere una mente stabile e calma. Penso che anche un assassino non desideri altro che avere una mente stabile e calma. Non è facile toccare questo desiderio e così cerchiamo strade indirette. Se pretendo che qualcuno mi ami, cercherò di costringerlo con il potere, cercherò di essere scaltro per renderlo dipendente, cercherò di accumulare denaro per essere sicuro, cercherò di essere attraente. Vi chiedo, allora, di non guardare le forme esteriori, di non guardare ciò che fanno le persone, ma di guardare ciò che vogliono. Qual è la loro motivazione più autentica. Guardate sempre più in profondità, fino a che entrate in contatto col fatto che tutti cerchiamo la pace e la felicità. Questa è una visione positiva, che ci libera e ci fa intuire con facilità i nostri trucchi, i nostri modi di agire. Vediamo a che gioco stiamo giocando noi e a che gioco stanno giocando gli altri. In effetti noi utilizziamo molti artifici e possiamo notare che gli altri usano gli stessi metodi. Se ci mettiamo in condizione di prestare attenzione alle situazioni è sorprendente scoprire come tutti quanti usiamo gli stessi stratagemmi per essere amati, per avere attenzioni. Conosco una persona che crea continuamente problemi. Qualsiasi cosa si cerchi di fare per lui non funziona, va in fumo. Nel momento in cui, però, viene fuori la sua "fenice" dalle ceneri, tutto cambia e l'apprezzamento per lui è generale. Lo osservo da due anni e ho intuito che quello è il suo trucco. Ora so che lui è una persona eccezionale, nonostante per fare ogni cosa debba prima confondere la situazione. Tutti noi usiamo questi giochetti. E' meglio non prendersi troppo sul serio per non esserne catturati. Talvolta questi meccanismi complicano la vita a chi vuole aiutare. Potrebbe cadere in una sorta di trappola. Riflettete: noi che 'sappiamo' un po' di più, siamo in una posizione di apparente vantaggio. Non soffriamo come chi chiede aiuto e spesso è ancora catturato dai propri meccanismi. E' molto difficile non lasciarsi coinvolgere e capire di cosa ha davvero bisogno. Potrebbe, per esempio, avere bisogno di uno spazio che noi non abbiamo il diritto di invadere. Pensate che questa sia mancanza di compassione? Per essere più chiaro vi racconterò un bellissimo episodio della vita del Buddha. Un giorno fu avvicinato da una donna che stringeva un bimbo morto fra le braccia. Anche il marito era morto e il figlio era rimasto la sua unica speranza: avrebbe dovuto prendersene cura, altrimenti sarebbe stata esclusa dalla società. Ma il bambino era stato morso da un serpente e non c'era stato niente da fare. Quella donna, adesso, era davvero disperata. Si era rivolta al Buddha perché le avevano detto che faceva miracoli. Le avevano promesso che avrebbe fatto tornare in vita suo figlio e che così lei avrebbe condotto una vita normale. I discepoli pensavano che se di solito il Buddha non mostrava i suoi poteri, di certo quella volta sarebbe intervenuto. "E' vero -disse il Buddha - ho dei poteri magici, ma prima ti chiedo di farmi un favore. Portami tre semi di mostarda dal villaggio". La donna replicò che in qualunque casa nei dintorni avrebbe potuto trovare quei semi. Ma il Buddha aggiunse: "I semi devono provenire da una casa in cui non sia mai morto nessuno". La donna, senza nemmeno fargli finire la frase, si precipitò nella casa più vicina. Le dissero subito che avevano i semi che lei cercava, così chiese se in quella casa fosse morto qualcuno. Le risposero di sì, scoppiando in lacrime: "Due settimane fa, il nonno". La donna si recò nella casa accanto e scoprì che vi era appena morto un figlio. Nella successiva era morta un'altra persona ancora. Dopo avere bussato in tutto il villaggio, comprese il messaggio. Tornò dal Buddha sapendo che non sarebbero stati i suoi poteri magici a restituirle la quiete e la pace della mente, perché la disperazione e la morte sono parte integrante della vita. Quella donna divenne discepola del Buddha e, in seguito, raggiunse l'illuminazione. Questo episodio mi ricorda sempre di cercare i mezzi abili, per liberarmi dai miei stessi meccanismi, dal mio desiderio che gli altri stiano al gioco che io ho scelto e per capire quando sono gli altri a coinvolgermi nel loro. L'esperienza a Plum Village con centinaia di persone mi ha insegnato che soltanto quando gli altri non ci assecondano e non si lasciano trascinare dai nostri meccanismi siamo in grado di guardare e di capire cosa ci succede realmente. Allora riusciamo a stare con il desiderio di essere amati, con il senso di vuoto. Il compito del bodhisattva è proprio di fare rimanere le persone con le proprie sensazioni e non semplicemente di dargli un aiuto. Questo è il grande messaggio che ho imparato qui. Qualche volta anche per me è difficile trovare il giusto spazio, e lasciarlo agli altri perché sia possibile stare con le sensazioni, con i propri problemi, essere disponibili senza ricadere nele solite trappole. Ma io vi comprendo davvero perché ora so guardare in profondità in me stesso, nella mia rabbia, nelle mie idee, nelle mie ragioni: prendendomene cura mi prendo cura anche delle vostre sensazioni. Ho cominciato questo discorso con la frase 'guardate ogni cosa con gli occhi dell'amore', che è alla base di tutto ciò che faccio. L'amore deve essere espresso. Secondo me l'aspetto pratico dell'amore è il semplice, basilare prendersi cura, proprio come fa la madre con il bambino. Così noi dobbiamo prenderci cura di noi stessi: in questo modo ci prenderemo cura degli altri. Di nuovo, questo prendersi cura ha bisogno di pratica. Non siamo abituati ad amare, a comprendere. Thây un giorno ha chiesto 'cos'è per voi la meditazione?' e ha spiegato che 'è il modo in cui aprite una porta'. Ho detto prima che la consapevolezza è la parte attiva dell'amore, la base del prendersi cura. Ecco perché anche la maniera in cui aprite la porta esprime la vostra gentilezza, la vostra tenerezza, il vostro prendervi cura delle cose. Da quando sono qui a Plum Village il prendersi cura fa parte della mia vita e del mio modo di essere.

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Pagine di storia Società Teosofica, Scuola Arcana e A. A. Bailey
Edoardo Bratina
 

Attualmente esistono numerose Associazioni autonome, derivate direttamente o indirettamente dalla Società Teosofica, che agli occhi dei profani sembrano rivali, mentre perseguono uno dei suoi scopi. Il passato Presidente Mr. John B. Coats incoraggiò la diffusione delle informazioni relative a queste Associazioni, per stimolare una maggiore reciproca comprensione.
Il Segretario Generale della Società Teosofica statunitense del periodo 1912­20, Albert Warrington, noto avvocato della California, con notevoli sacrifici riuscì a creare una sede centrale della Sezione americana della Società Teosofica, in una zona incantevole sulle colline di Hollywood che denominò “Krotona” in onore a Pitagora, il quale fondò la sua Scuola a Crotone in Calabria nel 532 a.C. Successivamente questa sede si trasferì nella valle di Ojai, sempre in California, trasformandosi in una Comunità Teosofica dove, sin dal 1913, esiste la “Scuola di Teosofia” attualmente denominata “Krotona Institute”, collegata con l’Università della California, la quale riconosce i corsi di Teosofia che vi si tengono come materia facoltativa per gli esami di stato in filosofia, psicologia e religioni. La Comunità è composta di circa 500 residenti stabili, una serie di edifici, biblioteche, laboratori, ecc. su un’estensione di circa 118 acri.
Nel 1915 fu assunta, come dipendente presso questa Comunità, la signora Alice La Trobe­Bateman, oriunda scozzese, maritata con Walter Evans (rettore di una Chiesa Episcopale) da lui successivamente abbandonata, all’età di 35 anni, con 3 figlie. Per campare e mantenere le tre bambine, Alice dovette sopportare grandi sacrifici e lavorare duramente come operaia in una fabbrica. In tale condizione conobbe due anziane signore teosofe che la introdussero nella Società Teosofica della cittadina di Pacific Grove in California ed in seguito a ciò fu assunta presso la Comunità Teosofica e, come ella stessa dice nella sua Autobiografia, le parve allora di entrare in un paradiso terrestre dopo i disagi sofferti.
Presso la stessa Comunità conobbe pure Foster Bailey, già aviatore dell’esercito degli Stati Uniti e segretario nazionale della Società Teosofica americana. Ottenuto il divorzio dal primo marito, Alice si maritò con Foster Bailey, con il cui cognome è generalmente conosciuta.
Alice A. Evans Bailey divenne socia della Società Teosofica nel 1916 ed essendo molto versatile fece rapidi progressi nello studio della Teosofia, tanto da esser incaricata di tenere lezioni e corsi presso il Gruppo locale; compilò inoltre diversi articoli che furono pubblicati da varie riviste teosofiche ed anche dall’organo ufficiale della Società Teosofica di Adyar, The Theosophist. Tale sua capacità le diede la possibilità di divenire in breve tempo redattrice della rivista della Sezione teosofica americana.
Nel 1918 A. Bailey fu ammessa alla Scuola Esoterica e quando vi fu introdotta per la prima volta disse di riconoscere nei ritratti dei Mahatma uno di Coloro di cui, a suo dire, ebbe la visione a quindici anni, il quale le predisse la sua futura missione. Ciò suscitò negli associati opposti apprezzamenti, ma evidentemente non influì sulla sua attività, in quanto gli incarichi ricevuti e la pubblicazione dei suoi articoli negli organi teosofici furono posteriori a questa data.
A quel tempo la Sezione degli Stati Uniti passava un periodo di difficile assestamento tra due tendenze, sempre presenti in tutte le associazioni: quella conservatrice e quella progressista. Il Segretario Generale di allora, Albert Warrington, in seguito divenuto Vicepresidente mondiale della Società Teosofica, seguiva la tendenza progressista e trovò in Foster e Alice Bailey due validi collaboratori, i quali riscontravano le inevitabili carenze di poca fraternità tra gli associati, scarsa conoscenza della letteratura teosofica, intromissione indebita delle altre associazioni nella vita della Sezione, ecc. in quanto la Società Teosofica non fa distinzioni, perciò ogni socio apporta più o meno il suo coefficente personale.
Foster Bailey espose ad A. Besant i predetti rilievi e la Besant inviò negli Stati Uniti A.P. Wadia, un giovane parsi, direttore della Casa Editrice Teosofica di Adyar, che fu in seguito internato nel 1917 assieme a lei, durante le agitazioni politiche per l’indipendenza dell’India. A.P. Wadia diede ragione ai “progressisti” e caldeggiò il movimento “Ritorno ad H.P. Blavatsky”, ma successivamente si dimise perché rimasto in minoranza.
Nel 1920 Albert Warrington si dimise dalla sua carica di Segretario Generale e, a seguito di regolari elezioni, prevalse la tendenza conservatrice, risultando così eletto Louis W. Rogers, già “leader” del movimento laburista negli Stati Uniti, che si dedicò interamente alla Società Teosofica ed esonerò dal loro incarico Alice e Foster Bailey, dando un nuovo indirizzo alla Sezione americana. Alice e Foster trovarono un’occupazione presso il Gruppo Teosofico di New York, dove andarono a stabilirsi e qui Alice Bailey iniziò un corso su La Dottrina Segreta ed in seguito sulla “Meditazione”, diffusi in dispense, attirando una notevole attenzione perché i libri sulla tecnica della meditazione, oggi così diffusi, allora erano relativamente rari.
Nello stesso tempo Alice Bailey s’incontrò con alcuni antichi allievi di H.P.B., tra i quali un certo Richard Prater, che le consegnò alcuni scritti da lui raccolti tra i quali anche quelli di H.P. Blavatsky, in cui sembra vi fosse indicata l’intenzione di dare un nuovo assetto più liberale alla Scuola Esoterica e di denominarla “Scuola Arcana”; da notare che la Scuola Esoterica cambiò più volte ordinamento e programma. A. Bailey pensò allora di istituire una Scuola per corrispondenza con il titolo di “Scuola Arcana”, su materie teosofiche, che iniziò nel mese di aprile del 1923. I corsi consistevano, come tuttora, in serie di dispense comprendenti articoli vari sui soggetti genericamente spiritualistici. Inoltre Alice Bailey diramava ogni tanto delle circolari e compilò una serie di corsi su La Dottrina Segreta, la Bhagavad Gita, la “Reincarnazione”, le “Religioni Comparate” ecc. e nel contempo anche una serie di libri di divulgazione che ebbero una notevole diffusione, specialmente nell’ambito della Società Teosofica, i quali le procurarono cospicui guadagni. Foster organizzò la Casa Editrice “Lucis” e la fiancheggiò con una rivista intitolata The Beacon.
Sembra che A. Bailey fosse stata molto sensitiva sin da bambina ed in seguito, immergendosi negli studi teosofici e praticando la meditazione, come essa stessa afferma, nel novembre del 1919 cominciò a sentire una “voce” che la esortava a scrivere dei libri sotto dettatura. Dapprima si rifiutò di farlo, ma poi accettò di provare ed in questo modo compilò il primo libro intitolato Iniziazione umana e solare, pubblicato a puntate su The Theosophist, (marzo­novembre 1921 p. 164, 593) al quale fecero seguito altre diciannove opere consistenti in prevalenza nella rielaborazione e divulgazione della letteratura teosofica esistente, ma poco nota al pubblico. Le opere stesse furono sempre recensite favorevolmente dall’organo ufficiale della Società Teosofica, The Theosophist di Adyar.
Il rilievo che si muoveva ad A. Bailey era l’identificazione della “voce” con un Mahatma noto nella letteratura teosofica con il nome di Djwal­Khul, detto “il Tibetano” e descritto da C.W. Leadbeater nell’opera I Maestri ed il Sentiero. Le ragioni della diffidenza sono dovute al fatto che vi sono molti sensitivi ed associazioni in ogni parte del mondo, i quali pretendono di avere delle comunicazioni dirette da elevate entità spirituali, ma tali affermazioni ovviamente non costituiscono una prova dell’identità delle entità stesse. Nella Scuola Esoterica della Società Teosofica si faceva divieto di divulgare le proprie eventuali esperienze trascendentali (salvo esplicita autorizzazione in casi particolari) sia perché non si può mai avere una certezza assoluta sull’esattezza delle percezioni, sia perché generano da un lato una supina accettazione di un’autorità morale sconosciuta, sia perché, da un altro lato, provocano lo scetticismo e persino il discredito di tutta la dottrina da parte degli scettici. La Società Teosofica, infatti, passò diversi gravi turbamenti nel passato, quando qualche “leader” vantò dirette comunicazioni da parte dei Mahatma, anche perché il possesso delle facoltà psichiche non costituisce la prova di uno sviluppo morale superiore, e talvolta avviene l’opposto, essendo spesso queste, caratteristiche dei popoli primitivi.
Comunque le opere di A. Bailey sono dei testi divulgativi che avrebbe potuto scrivere benissimo lei stessa, data la sua versatilità, anche senza l’intervento di un agente esterno, come dimostrò in vari articoli pubblicati su The Theosophist ed altre riviste, oppure “il Tibetano” potrebbe essere, come riteneva C.G. Jung, nulla altro che il Sé Superiore di A. Bailey stessa, od ancora semplicemente il suo “nom de plume” di successo.
La causa occasionale dell’allontanamento dalla Società Teosofica di Alice e Foster Bailey fu dovuta al fatto banale, come ella stessa afferma, del loro licenziamento dal luogo di lavoro presso la Sezione americana della Società Teosofica a seguito del cambiamento di gestione e la loro necessità di iniziare una nuova attività retribuita, mentre alla base delle tendenze conservatrici e progressiste vi furono le obsolete dispute sullo “psichismo” di C.W. Leadbeater, l’“autoritarismo” di Besant, la “scoperta” di Krishnamurti, “l’interferenza” delle associazioni esterne, ecc., dimenticando che la Società Teosofica professa la libertà di pensiero e pertanto ogni socio è libero di esprimersi come meglio crede, mentre i “leader” possono soltanto coordinare le varie attività in modo da convogliarle verso le finalità della Società Teosofica.
Il quesito relativo all’autorità o meno degli scritti attribuiti ai Mahatma fu sempre oggetto di turbamento nella Società Teosofica, basti ricordare il caso di Coulomb, Judge, Olcott, Leadbeater, Besant, Arundale, ecc. Per questa ragione il Consiglio Esecutivo di Adyar (cfr. The Theosophist, agosto 1922, p. 530) “… riafferma il principio adottato dal comitato giudiziale e dal presidente­fondatore nel caso del signor W. Q. Judge e cioè che non si può prendere in considerazione alcun rilievo nei confronti di un membro, direttivo o non­direttivo, in relazione all’opinione sull’esistenza o non esistenza dei Mahatma e che la Società come tale rimane neutrale per quanto riguarda l’autenticità di qualsiasi affermazione attribuita ai Mahatma… ogni membro è del pari libero di affermare o di negare l’autenticità di ogni tale affermazione e nessun membro può essere tenuto ad accettare od a respingere la genuinità di qualsiasi affermazione in base ad alcuna autorità…”.
Un altro fatto, del resto ovvio e spesso messo in rilievo, è che tutti i libri, conferenze ecc. che si fanno nella Società Teosofica esprimono soltanto quel poco della Teosofia che l’autore o il conferenziere riesce a comprendere ed esprimere, e perciò necessariamente ogni presentazione è carente e suscettibile di critica. La Teosofia è la saggezza universale che regge l’universo, mentre la mente umana è limitata e può afferrare, al livello astratto del pensiero, soltanto i grandi principi che cerca di tradurre in termini correnti per comunicarli agli altri. Tutto ciò è stato spesso rilevato nella letteratura teosofica e si è messo spesso anche in guardia il lettore sulla necessità della scoperta individuale della verità perché questa è incomunicabile con parole.
Nella commemorazione fatta nel Gruppo di New York da A. Bailey il giorno 8 maggio 1921 per il “Loto Bianco”, e cioè due anni dopo che “udì” la “voce” e quasi ad un anno dalla sua partenza dalla Comunità di Krotona, in un lungo discorso pubblicato su The Theosophist nel marzo 1922, p. 570, tra l’altro scrisse: “… dapprima i Maestri diedero ad H. P. B. un messaggio ed enunciarono per suo mezzo alcune verità fondamentali… l’opera fu pubblicata e divulgata, ma ben pochi studiosi l’afferrarono e taluni ne rimasero atterriti… venne poi un altro servo dei Maestri – la nostra Presidente signora Besant ­essa afferrò l’opera e presentò i suoi insegnamenti e teorie in forma tale che l’uomo di pensiero li potesse comprendere e fece ciò mediante la serie meravigliosa dei suoi libri. Dove saremmo ancora senza questi libri? Fu Besant che prese alcune parti de La Dottrina Segreta e le presentò in forma più semplice, ci diede per esempio Il Cristianesimo Esoterico, un’opera che fece per noi… più di quanto ogni altra opera mai scritta finora. Ci diede L’Evoluzione della Vita e della Forma, L’Edificio del Cosmo e molti altri ancora, rendendo accessibile alle masse l’insegnamento della saggezza orientale. Che cosa avvenne in seguito? Apparve il signor Leadbeater il quale, mediante la sua facoltà d’investigazione chiaroveggente, verificò l’esattezza di certe affermazioni de La Dottrina Segreta e da ciò trassero origine le sue opere come Vita Interiore e molte altre ancora ed avete così la fusione delle opere di diversi strumenti: H. P. Blavatsky ed i suoi interpreti Besant e Leadbeater…. Abbiamo avuto la rivelazione da H. P. Blavatsky, le spiegazioni di Besant e con tutto questo aiuto certamente voi ed io abbiamo raggiunto l’intelligenza e la disposizione per continuare l’opera. Dobbiamo diffondere queste verità non soltanto tra i pochi intellettuali o studiosi della Teosofia, bensì al pubblico in generale. Le masse sono ovunque ansiose di ricevere quello che noi possiamo offrire ed ora è il nostro giorno e l’opportunità per farlo…”.
Nella sua Autobiografia A. Bailey ammonisce i suoi lettori: “Ma non fate confusione: il movimento creato da H. P. Blavatsky faceva parte integrale di un piano della Gerarchia. E’ sempre esistita nei secoli la Società Teosofica. Il nome del movimento non è nuovo; è stata H. P. Blavatsky che lo ha riportato alla luce e gli ha dato la pubblicità nuova; fece conoscere un gruppo fino allora assai segreto e trascurato e così permise ad ognuno di trarre beneficio da un antichissimo insegnamento. Il debito del mondo poi verso la Besant, che le successe, per quanto ha compiuto, rendendo le dottrine fondamentali della Teosofia accessibili alle masse in ogni paese del mondo, non potrà mai essere
dimenticato. Non vi è ragione di non apprezzare il magnifico lavoro da
lei svolto per i Maestri…”.
D’altra parte è degno di nota che A. Bailey, pur iniziando un’attività editoriale distinta dalla Società Teosofica, esplicitamente afferma nella sua Autobiografia: “Personalmente non ho mai dato le dimissioni (dalla Società Teosofica) e solo da qualche anno ho cessato di versare la quota annuale”.
Queste brevi note forse sono sufficienti per ridimensionare i rapporti tra la Società Teosofica e la Scuola Arcana, dove non vi sono ragioni di dissenso di fondo, salvo la riserva sulla identificazione del “Tibetano” di cui gli scritti vengono accettati o respinti, come del resto dice A. Bailey stessa, soltanto per il loro contenuto, non per l’autorità di cui si ammantano, mentre la Scuola Arcana, con la quale non c’entra alcun Maestro, è semplicemente una scuola per corrispondenza sotto l’unica responsabilità di A. Bailey, come essa stessa afferma.
A. Bailey, nella sua già citata Autobiografia (p. 9) inoltre dice: “… giunsi in contatto con la Teosofia. Io non amo questo termine, nonostante il suo bel significato. Per il pubblico rappresenta tante cose che la Teosofia non è in essenza e spero di mostrare, se ne sarò capace, ciò che è veramente…” ( e a pag. 10): “Il fatto che certi teosofi ortodossi abbiano in seguito disapprovato la mia presentazione della verità teosofica, mi diverte. Pochi tra essi hanno avuto il privilegio di essere istruiti da allievi personali di M.me Blavatsky…”.
Quindi A. Bailey afferma che le sue opere rispecchiano la Teosofia, secondo la sua versione e la ritiene migliore di quella degli altri, vantandosi di essere stata discepola degli allievi di Blavatsky, ma A. Besant, C.W. Leadbeater, W.Q. Judge, ecc. furono invece allievi diretti di H.P. Blavatsky e perciò probabilmente meglio aggiornati. Occorre inoltre tenere presente che la Teosofia nel suo significato integrale è incomunicabile a parole, perciò ogni versione è necessariamente carente. L’organo ufficiale della Società Teosofica, The Theosophist, lo ha posto spesso in evidenza. Cfr. per esempio il numero di dicembre 1921 p. 301, nel tempo in cui scriveva A. Bailey: “Nell’uso della parola Teosofia è necessario distinguere quello che possiamo definire nel suo significato etimologico — Saggezza divina — e la comune applicazione, cioè quanto sentiamo nelle conferenze o leggiamo negli scritti dei membri della Società Teosofica, perché ne risulta una grande confusione… nell’uso simultaneo e indiscriminato della parola con entrambi i significati. In quest’ultimo caso la parola viene impiegata semplicemente per esprimere le opinioni personali degli autori…”. D’altra parte persino il Mahatma K.H. asserisce il seguente sillogismo: “Quando K.H. scrive, non è un Adepto. Un non­Adepto è fallibile. Perciò K.H. può molto facilmente commettere degli errori” (Lettera 24/B).
Evidentemente un Adepto è tale soltanto al livello incondizionato della mente superiore, ma quando scende nel concreto e deve impiegare termini già consacrati dall’uso lessicale per concetti talvolta inesprimibili, non può comunicare se non nel linguaggio conosciuto dall’amanuense e dai lettori. Non c’è quindi da stupirsi se ci sono tante versioni della stessa Verità e quella di A. Bailey è una della tante versioni.
Vi sono ovviamente dei punti di convergenza e divergenza tra la Società Teosofica e la Scuola Arcana, perché la Società Teosofica non si propone di divulgare una particolare dottrina, ma soltanto di promuovere i suoi tre scopi, di cui la “fratellanza universale” è quello essenziale, mentre la letteratura teosofica è intesa a dimostrare la validità di tale tesi, come del resto risulta dalle lettere dei Mahatma. Tra le teorie degli autori teosofici “ortodossi” e gli scritti del “Tibetano” vi sono delle contraddizioni, ma ve ne sono anche negli scritti del “Tibetano” stesso, come pure tra gli autori teosofici e ciò non fa meraviglia, data la vastità della problematica ed anche perché nella Società Teosofica le teorie teosofiche vengono proposte come oggetto di studio e di ulteriore ricerca, non come articoli di fede: ognuno può accettare o respingere “senza biasimo e senza lode”.
Si obietta inoltre ad Alice Bailey d’aver mancato all’impegno di riservatezza perché il metodo adottato nella Scuola Arcana è, sotto qualche aspetto, analogo a quello della Sezione Esoterica alla quale apparteneva, ma essa obietta d’aver ricevuto le istruzioni direttamente da un discepolo di H.P.B. stessa, tale Richard Prater, senza alcun dovere di riservatezza. Del resto l’impegno di meditare, studiare e di ripassare gli eventi di ogni giorno, oltreché osservare certe norme igieniche (evitare sregolatezze, alcool, sostanze inebrianti, carne, tabacco, ecc.) sono comuni a tutte le Scuole analoghe ed agli Ordini Contemplativi, onde evitare conseguenze dannose.
Il noto studioso di Teosofia L. Gordon Plummer, nel periodico Federation News, della Federazione Teosofica canadese (maggio 1979), chiarì quale ruolo possono avere le opere di A.A. Bailey ed altre analoghe nei Gruppi Teosofici.
Egli mise in rilievo che il Secondo Scopo della Società Teosofica, quello cioè di incoraggiare lo studio comparato delle religioni, filosofie e scienze, comprende lo studio delle opere dei più diversi autori, ivi comprese quelle di Rudolf Steiner, Alice A. Bailey, come pure di ogni altro autore, nessuno escluso. Queste opere vanno cioè consultate con lo stesso criterio che si applica nello studio comparato delle diverse discipline, per scoprirvi i luoghi comuni e non comuni, assumendo le opere di H.P. Blavatsky come termine di confronto, poiché i teosofi sono dei ricercatori, non dei credenti. L’accettazione o meno di determinate dottrine è una questione di maturazione personale, derivata dall’intuizione diretta della verità, non dall’imposizione di una presunta autorità spirituale.
Infatti nessun comune mortale può dire se i postulati metafisici dei rispettivi autori siano veri o meno, perciò contrapporre l’autorità di un autore ad un altro, senza un’approfondita conoscenza dei fatti, non è che dogmatismo, prolifico genitore dell’intolleranza. La Verità è universale e può essere resa in infiniti modi, chi non è capace di comprendere la Verità a livello universale si aggrappa ad una sua singola formulazione parziale.
Secondo I. Kant i filosofi dogmatici sono quelli i quali “…fanno uso di principi e di concetti, senza ricercare per quale via e con quale diritto si pervenga ad affermarli, ossia senza una critica preventiva del nostro potere di conoscere…” (cfr. E. Morselli: Dizionario Filosofico).
D’altra parte non dobbiamo mai dimenticare che la Società Teosofica è stata fondata essenzialmente per promuovere i suoi Tre Scopi, dal perseguimento dei quali scaturisce la sintesi universale chiamata “Teosofia” e non già per apprendere nozioni o messaggi di sedicenti autorità spirituali senza approfondito esame, delle quali nulla sappiamo di certo; da ciò si constata quanto sia fallace l’oraziano “iurare in verba magistri”.

Bibliografia:
• J. Ransom, A Short History of the Theosophical, T. P. H. Adyar.
• A. A. Bailey, Estratti dalla Autobiografia Incompiuta, Ed. Vitinia, Roma.
• C. W. Leadbeater, I Maestri ed il Sentiero, p. 39.
• The Theosophist, marzo 1921 p. 563; novembre 1921 p. 164; marzo 1922
p. 570, ecc.
• The Krotona Institute School of Theosophy, Ojai, California.
• “The Theosophical Movement”, The Cunningham Press, Los Angeles.
• A. A. Bailey, The Arcane School.
• Lettere dei Maestri.
oOo
“L’armonia è la legge della vita, la discordia è la sua ombra, dalla quale scaturisce la sofferenza, la maestra che risveglia la coscienza”.
H. P. Blavatsky

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SAMVADA
Radha Burnier
In India numerose opere religiose e filosofiche, inclusa l’universalmente conosciuta Bhagavad Gita, sono descritte come conversazioni (samvada) tra un devoto, un ricercatore, un indagatore (della Verità) ed un essere divino o saggio.
Samvada non significa solamente parlare insieme, ma anche essere in sintonia e armonia nella relazione.
Il significato sottinteso di questo termine suggerisce che, allo scopo di perseguire una fruttuosa indagine religiosa, il ricercatore non deve avere barriere interiori quando si accosta ad un saggio o ad un istruttore.
Se i suoi interrogativi sono posti con spirito superbo o scettico, o con dubbi latenti sul valore del maestro, il contatto tra le due volontà non è utile. Il maestro da parte sua, se è un vero saggio, non ha pregiudizi ed è disponibile nei confronti dello studioso e di ogni ricercatore.
Questo, e altro, è implicito quando si utilizza il termine “samvada” per descrivere gli insegnamenti religiosi dati, secondo l’opinione comune, da alte fonti e trascritti nelle opere antiche.
La Bhagavad Gita non consiste solamente in un lungo discorso; esso è frammezzato da osservazioni, commenti ed interrogativi di Arjuna.
Un altro famoso testo religioso, che fa parte della letteratura buddhista, presenta delle discussioni tra il saggio Nagasena e il re Milinda, un re Bactrian conosciuto anche come Menandro.
Allora i re non erano esenti da profonde ricerche religiose; molti di loro andavano come umili ricercatori da uomini di cultura e ricevevano consigli non solo per scopi pratici, ma anche per chiarire la loro veduta filosofica e religiosa e ricevere ispirazione per avanzare verso l’illuminazione spirituale.
Tradizionalmente il ricercatore era incoraggiato a porre delle domande. A volte si trovava posto di fronte a questioni enigmatiche e doveva scoprire da solo le riposte.
In inglese la parola “dialogo”, applicata alle conversazioni incluse nelle opere di Platone e, in tempi recenti, alle discussioni che Krishnamurti sosteneva con seri ricercatori, ha bisogno di essere spiegata, come è stato fatto da David Bohm e da altri, perché non ha l’insita risonanza del sanscrito “samvada”, ma il significato è lo stesso.
Il ricercatore non deve essere un ascoltatore muto, ma attivo, vibrante e corrispondere, dal suo livello, in modo tale da procedere armoniosamente con il maestro verso una più profonda consapevolezza e comprensione.
Questo può aver voluto significare l’osservazione di Krishnamurti che la comunicazione ha luogo quando due persone si incontrano nello stesso momento, allo stesso livello o con la stessa intensità.
L’intensità dell’ispirazione del discepolo alla verità deve coincidere con quella del maestro a condividere.
Essere allo stesso livello può non essere riferito al livello di comprensione, ma piuttosto ad un accordo (una armonizzazione) tra due note in due ottave diverse.
Come ha scritto uno dei Mahatmas: “La ricettività deve essere pari al desiderio di insegnare”. La liberazione dalla dissonanza interiore rende manifesta una profonda affinità, un vibrante senso di unità.
Una seria conversazione di natura religiosa o spirituale, che conduca in profondità, è impossibile quando esistono preconcetti e pregiudizi in colui che ricerca.
Naturalmente questi non sono presenti nel maestro perché, se ci sono, non è un autentico maestro possessore di saggezza.
Quindi, di volta in volta, le persone consapevoli di queste difficoltà hanno messo in evidenza la necessità della libertà interiore,
libertà  da  preconcetti  e  da  idee  fisse. 
Colui  che  veramente  ricerca  deve  spogli arsi  delle  sue  passate  idee ed  opinioni,  cessare  di  ragionare  e  di  discutere  e  preoccuparsi 
esclusivamente  della  Verità. 
Scrive Madame Blavatsky: “La sua mente deve essere perfettamente libera da tutti gli altri pensieri, così che vi possa essere impresso il significato recondito delle istruzioni, indipendentemente dalle parole di cui esse sono rivestite”.
Prendere le parole e dimenticare che esse sono simboli, è stata la rovina degli uomini e donne che avevano tendenze di tipo religioso.
Questa è una trappola nella quale molte persone cadono inconsciamente.
Quando c’è un chiaro riconoscimento che le parole sono semplici simboli, utili mappe per indicare la direzione e che “non c’è religione più alta della verità” e quando la mente non scambia la conoscenza dei concetti e le parole per verità, le divisioni religiose e settarie non possono esistere.
Tutti i veri aspiranti, anche se esteriormente collegati con questa  o quella tradizione, sono come le dita di una mano.
La verità è un’esperienza sempre viva, dinamica e consapevole e quelli che “conoscono” hanno quindi sempre incoraggiato lo spirito di ricerca che conduce alla realizzazione interiore.
Gli scambi fatti nello spirito giusto, se li chiamiamo dialogo, discussione o “samvada”, sono un mezzo.
Quando il ricercatore partecipa, con le sue rispettose e serie domande, al lavoro di scoperta della verità, come hanno fatto Arjuna e tanti altri, non ci si stabilizza in un modello.
Poi la luce può venire da dentro ed uno può abbandonare il piano delle parole e delle idee, almeno per una volta, per quello dell’intuito
o dell’esperienza vera.
Generare la violenza futura
Il XX secolo è stato definito: “Senza dubbio il più feroce secolo di cui abbiamo testimonianza per la gamma, la frequenza e la lunga durata delle guerre di cui è pieno”.
Sofferenze enormi e molto diffuse sono state inflitte ai civili e non solo ai combattenti.
Un effetto di questi terribili conflitti è che molti bambini sono rimasti orfani, mutilati, traumatizzati; molti di loro sono diventati appartati, altri violenti e molti che erano nati durante periodi di conflitti non hanno ricevuto un’educazione.
La sola cosa che hanno imparato è che devono combattere per mangiare e sopravvivere.
Ora è un fatto accettato che l’educazione è la chiave, sia per il controllo della popolazione, sia per lo sradicamento della povertà.
In Africa milioni di bambini non frequentano mai la scuola elementare e la situazione è solo leggermente migliore nel complesso dei paesi sottosviluppati.
I bambini rimangono orfani non solo a causa delle guerre ma anche per la rapida diffusione dell’Aids.
Secondo l’Unicef, tredici milioni di bimbi diventeranno orfani entro la fine del 2000.
Molti di loro vivono in paesi estremamente poveri e i nonni, che vivono  al  limite  dell’inedia,  non  hanno  molte  possibilità  di  far  fronte alla  situazione.  I  bambini  provvedono  a  se  stessi  ad  una  età  molto  giovane  e  si assumono, nella misura in cui possono, la responsabilità dei fratelli.
Lasciati sulla strada, essi sono minacciati, sfruttati e sottoposti ad abusi da parte di vicini lascivi o di gente di passaggio.
Il rapporto dell’Unicef dice: “Spesso emozionalmente vulnerabili e in condizioni finanziarie disperate, i bambini orfani sono più probabilmente vittime di abusi sessuali e costretti in condizioni di sfruttamento, come la prostituzione, come mezzo di sopravvivenza”.
Lo Zambia risulta avere la più alta percentuale al mondo di bambini orfani, lasciati indifesi dopo che i genitori sono morti di Aids; nella sola capitale Lukasa, ce ne sono trentasettemila sulle strade.
Nell’euforia verso il nuovo secolo ed il nuovo millennio, facciamo una pausa per pensare come pochi delle future generazioni cresceranno in condizioni che renderanno il nuovo secolo migliore di quello passato.
Il futuro sarà sicuramente una continuazione del presente, in cui sempre più i ragazzini, e perfino i bambini, verranno usati come soldati nelle zone di combattimento.
Fin da piccoli imparano ad uccidere e diventare immuni alla vista dei massacri e delle sofferenze.
Questi futuri cittadini del mondo che stanno diventando adulti con l’idea che la ferocia è normale nella vita umana, non faranno il mondo più violento?
Anche nelle situazioni in cui non si combatte, quando le armi sono facilmente disponibili, i bambini che ne uccidono altri affrontano processi ed incarcerazioni come fossero dei criminali adulti.
Il più giovane ad essere giudicato come un adulto (in Michigan, U.S.A.), a undici anni aveva avuto a che fare con la polizia venti volte; a tredici anni, quando fu processato per omicidio, capì a stento il procedimento legale del tribunale.
Secondo i rapporti, tra il 1992 ed il 1995, quarantuno degli stati U.S.A. hanno approvato la legislazione per la detenzione dei bambini e per giudicarli come adulti quando abbiano commesso “crimini da adulti”. In ventiquattro di questi stati i ragazzini possono essere giustiziati.
Quando vengono messi in prigione con gli adulti molto probabilmente diventeranno bruti incorreggibili.
Nella sola Florida settemila minorenni sono stati processati in un anno in tribunali per adulti.
I centri di detenzione sono pieni di giovani criminali non solo negli Stati Uniti ma anche in altre parti.
Alcuni sono nei “boot camps”, luogo in cui sono addestrati all’obbedienza con severe punizioni, nonostante si stia lentamente capendo che un trattamento duro è controproducente ed ha come risultato quello di farli divenire criminali incalliti.
In un recente resoconto, del giornale The Hindu, a Chennai, descrive come i bambini siano utilizzati nei macelli come la più conveniente forma di manodopera.
Raccolgono il sangue degli animali morti, trasportano le carcasse e l’immondizia e fanno altri lavori che i membri adulti del gruppo vogliono rifilare loro. Le condizioni sono abominevoli, ma i bambini ci si abituano. Fin da piccoli imparano a fumare e a bere, e si ammalano.
Secondo i pediatri i danni psicologici sono peggiori delle malattie: “Sono così abituati alle torture e alla violenza che presto non vedranno la differenza tra il sangue degli animali e quello degli esseri umani”, dicono.
Nel caso dei due ragazzi inglesi di undici anni che, rapito un bambino di due anni da un centro commerciale, l’hanno torturato ed ucciso, il Tribunale Europeo per i Diritti Umani ha deciso che non era stato fatto loro un giusto processo.
Mentre venivano condotti in tribunale, la folla infuriata urlava contro di loro e gli spettatori non nascondevano la loro ostilità.
Quello che era successo era naturalmente shockante, ma i “criminali” erano bambini.
Quando fu apparentemente fatto un tentativo per permettere loro di partecipare ai procedimenti giudiziari e consultare i loro avvocati, essi non furono in grado di cooperare.
È davvero strano aspettarsi che bambini piccoli si comportino con maturità!
Che cosa ha prodotto la loro azione? Cosa c’è di sbagliato nel modo attuale che incita i giovanissimi a commettere tali crimini?
Non si tratta solo dei bambini che lavorano nei macelli o di quelli che lavorano negli stabilimenti agricoli, anche coloro che vedono i genitori prendere i fucili per sparare a scoiattoli, uccelli e cervi non imparano a distinguere tra animali ed esseri umani. A loro uccidere sembra normale.
Il nuovo secolo sarà civilizzato quando milioni di questi ragazzi, che imparano ad essere brutali e assassini, saranno parte della popolazione adulta?
I bambini sono come tenere, giovani piante che non possono diventare buoni alberi quando sono costantemente colpite e maltrattate.
Hanno bisogno di un’atmosfera affettuosa, dell’opportunità di crescere nella consapevolezza dei valori umani.
Quelli che si preoccupano del futuro devono quindi battersi inequivocabilmente per un mondo senza guerre e senza crudeltà praticate su esseri umani o animali.
La Terra deve essere preparata alla compassione umana.
Da The Theosophist, febbraio 2000.
Traduzione di Daniela Cavazzuti.

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Scoprire se stessi
Radha Burnier
Tra le tante illusioni che affliggono gli esseri umani ce n’è una che può avere conseguenze più serie delle altre, ed è l’idea che conosciamo noi stessi. Milioni di esseri umani ci credono. Ma cosa sappiamo veramente di noi?
Sebbene in molti riconoscano l’importanza di acquisire la conoscenza di sé, nella vita quotidiana ci relazioniamo con ogni cosa come se già ci conoscessimo. E allora, cerchiamo di considerare attentamente quel che sappiamo di noi stessi. Probabilmente ciascuno conosce, almeno in parte, la storia della sua vita: dove è nato, chi sono i suoi genitori, dove è andato a scuola, ciò che ha conseguito, chi sono i suoi amici o chi lo stima. Possiamo anche aggiungere dei dettagli lusinghieri a questi dati biografici e, poiché abbiamo alcune informazioni, pensiamo di conoscerci. La gente perfino, dichiara con orgoglio: “Io so chi sono” e “So quello che sono”. Quando una persona ha successo nella vita l’idea che conosca se stessa diventa ancora più forte.
Come i bambini o gli infanti noi non conosciamo noi stessi assolutamente. Mio fratello minore, quando era un bimbo, e cominciava appena a parlare, si riferiva sempre a se stesso come papa, che significa “bambino” nella nostra lingua, e considerava se stesso un bambino tra tanti altri bambini, che ugualmente chiamava papa. Ma più tardi, in qualche maniera, acquisiamo l’autoidentità.
Oltre a nozioni riguardanti la nostra carriera o le nostre capacità, che cosa sappiamo, considerando la cosa dal punto di vista del buonsenso? La più parte dell’impressione di conoscere noi stessi è basata sulla cognizione del nostro corpo fisico, ottenuta forse dopo esserci guardati molte volte allo specchio: sono alto, basso, sto diventando calvo, oppure ho tanti capelli.
E così il corpo, con i suoi bisogni, desideri e richieste gioca un grande ruolo nella vita della maggior parte degli esseri umani. Ma perfino quello che pensiamo di conoscere riguardo al suo aspetto può non coincidere con quello che ne pensano gli altri. Qualcuno può affermare: “Sono veramente bello”, mentre qualcun altro può ritenere l’opposto. Una signora che venne ad Adyar dal Vietnam anni addietro fece questa osservazione: “La gente qui è così brutta, ha dei nasi così grandi!” C’è chi è orgoglioso di avere un naso aquilino, ma ella pensava che un piccolo naso corto e all’insù fosse molto più attraente! In tal modo le idee che abbiamo riguardo il nostro aspetto possono essere sbagliate.
In realtà conosciamo molto poco del nostro corpo – come fanno tutte le sue membra e i suoi organi ad essere così meravigliosamente coordinati? Non è perché noi vogliamo che sia così, lo fanno da soli! Che cosa conferisce al corpo la sua vitalità? Come gli arriva, tale vitalità, senza che esso si disintegri? Non ne abbiamo idea. Qualcuno ha una conoscenza libresca, ma in realtà ignora ciò che fa ammalare il corpo. Come si mantiene sano? Neppure i medici ne sanno molto, essi possono sbagliare nel prescrivere la medicina giusta o nell’eseguire appropriatamente un’operazione chirurgica; conoscono il funzionamento degli organi interni, ma non compiutamente.
Esaminiamo ora gli altri fattori che ci fanno credere di conoscere noi stessi, per esempio le nostre emozioni. Il dono prezioso della consapevolezza ci mette in condizione di guardare alle nostre esperienze e dire: “Ho sofferto”, oppure: “Mi sto divertendo” e così via. Conosciamo anche il piacere, il dolore e le lotte della nostra natura emozionale, ma in modo molto superficiale. Se impariamo a fare più attenzione possiamo diventare consci delle molte contraddizioni di tali emozioni: talvolta paura, talaltra un senso di benessere, talaltra ancora speranza e poi frustrazione o disappunto. Come afferma la Bhagavadgita noi siamo sballottati tra emozioni opposte, sulle quali abbiamo poco controllo. Ma generalmente non siamo consapevoli delle contraddizioni, incongruenze e illogicità delle nostre risposte emozionali. Sappiamo ancor meno riguardo i sentimenti che reprimiamo e le motivazioni occulte, e questo spiega perché le professioni di psicologi, psicanalisti e psichiatri sono così redditizie!
La signora Montessori affermava che un bambino diventerà un cittadino sereno o un individuo aggressivo a seconda di come è stato trattato nei primi anni, a casa e a scuola. Probabilmente aveva ragione. Dentro di noi ci sono pure le tendenze che ci derivano da molte vite passate, come per esempio la paura. Sono davvero poche le persone assolutamente libere dalla paura, poiché essa è cresciuta nel cervello, per metterci in grado di sopravvivere di incarnazione in incarnazione.
Chiunque sperimenti paure e sospetti irrazionali può essere quasi sicuro che gli derivano dal lontano passato. Certi individui hanno una natura felice sin dall’infanzia, altri sono invece sospettosi, altri ancora sfrontati o timidi. Non sappiamo quasi niente riguardo queste tendenze che abbiamo ereditato, per cui abbiamo delle difficoltà a farvi fronte e questo spiega perché nel mondo prevalgono tanta confusione e insicurezza.
Allora dovremmo osservare la mente, che pensiamo di conoscere. Scoprire la verità riguardo la natura del proprio mentale è molto difficile. Abbiamo raggiunto quello stadio dello sviluppo evolutivo in cui il cervello è tanto intelligente e così ci identifichiamo quasi interamente con i suoi processi; desideriamo che i nostri figli siano intellettualmente capaci, in modo da potersi realizzare a livello sociale o arrivare all’eccellenza in certi campi. Immaginando di essere il principio pensante è veramente come trasformare il ladro nel poliziotto. Ne La Voce del Silenzio, un classico della Teosofia, tale “principio pensante” viene definito il “produttore del pensiero”, colui che “risveglia l’illusione” e uccide il reale. Ma sfortunatamente dentro di noi l’autoconsapevolezza non è tanto sviluppata da farci capire che una sovrabbondanza di immagini, idee e teorie proiettate dalla mente crea solo illusione.
Vediamo di considerare anche il fatto che quello che ciascuno proietta come “se stesso” non concorda assolutamente con quello che gli altri vedono. E’ facile cogliere i difetti e le manchevolezze degli altri, ma raramente quelli nostri. E così riflettere su tutto ciò instillerà il dubbio nelle nostre menti. So veramente chi sono, dato che non conosco molto del mio corpo, o del mio stato emozionale subcosciente, o di come la mia mente crea delle illusioni, distruggendo il reale? Sappiamo così poco che dovremmo farci delle domande e scoprire qualcosa in più, riguardo noi stessi, invece di dire: “So chi o quello che sono”, ricordando che perfino quando non lo diciamo così apertamente, agiamo come se sapessimo chi siamo.
Tra i tanti maestri spirituali che hanno parlato della necessità di conoscere se stessi c’era Madame Blavatsky che scrisse: “La conoscenza di se stessi è saggezza essa stessa”. Sri Ramana Maharshi raccomandava sempre alle persone di chiedersi: “Chi sono?”. Krishnamurti ha parlato molto del sé e delle sue attività. E allora perché non cominciare a scoprire la verità riguardo a se stessi invece di portare tutto il tempo il pesante fardello di una immagine di sé? Qualcuno potrebbe naturalmente obiettare: “Perché dovrei conoscere me stesso? Quello che so mi permette di condurre bene l’esistenza pratica e, in effetti, ho avuto un certo successo nella vita. Che cosa dovrei volere di più?” Ma il mondo ci mostra la falsità di questo punto di vista. Esso è uno specchio che riflette in noi la violenza, la corruzione, l’inganno e la crudeltà della maggior parte degli esseri umani. Pertanto è molto importante imparare di più riguardo a noi stessi. Se abbiamo una concezione sbagliata di noi ci causiamo del dolore. Se io penso di essere molto importante, presto o tardi soffrirò perché qualcuno farà o dirà qualcosa che contraddirà la mia importanza. Se dovessero dirci che siamo degli stupidi questo ci contrarierebbe. Invece guardiamoci dentro esaminando se tale critica è scorretta o parzialmente giusta o cos’altro, mantenendoci equanimi, senza mettere la nostra felicità alla mercé di un agente esterno. Se permettiamo a noi stessi di farci importunare facciamo soffrire i nostri vicini, gli amici, la famiglia e il mondo in generale.
Al giorno d’oggi la gente vuol mangiare la carne di animali selvatici, perfino quella delle specie in via di estinzione, per soddisfare gli appetiti dei suoi sensi. Il continuo bisogno di novità e di sollecitare i sensi è responsabile della creazione della società consumistica. Quando ci si identifica col proprio corpo e con i suoi desideri si diventa responsabili dei danni, della crescente competizione, dei conflitti e così via. Il consumismo in aumento sta distruggendo la nostra bellissima terra e la sua immensa varietà e la sta inquinando. Così cerchiamo di riflettere e capire che se non comprendiamo noi stessi ci facciamo del male e causiamo sofferenza al mondo. D’altra parte se c’è pace nei nostri cuori ci sarà pace nel mondo. Le meditazioni e i discorsi sulla pace sono di poca efficacia quando non c’è comprensione sul come portare pace nel nostro cuore. Così dobbiamo cominciare l’impresa di comprendere noi stessi, per creare un mondo migliore, poiché come abbiamo già detto il mondo è lo specchio di noi stessi.
Ne Ai piedi del Maestro viene detto che il corpo fisico vuole molte cose: riposare quando c’è del lavoro da fare, o quando è necessario andare avanti per aiutare qualcuno. Può essere pigro e poco incline all’azione, allo sforzo. Allora ci dirà di lasciare che qualcun altro si occupi del lavoro da fare. Il corpo fisico ha i suoi desideri poiché ogni sua cellula è una creatura vivente, che evolve alla sua maniera, al suo livello. Tutte le cellule del corpo messe assieme hanno una loro coscienza propria. Tecnicamente in Teosofia essa viene definita “elementare fisico”.
Coloro che hanno letto qualcosa della vita di Krishnamurti hanno sentito parlare di quello che veniva chiamato “il processo” – ovvero di come, quando egli lasciava il corpo per fare dell’altro, il corpo gli dicesse: “Non lasciarmi, torna indietro!” e poi si sarebbe corretto dicendo: “Non posso richiamarlo indietro, mi è stato detto di non farlo”. Dovremmo essere consapevoli che il corpo si comporta così, per non divenire suoi schiavi. Lo stesso vale per la nostra natura emozionale e mentale; esse hanno il loro modo particolare di funzionare e se siamo distratti ci ingannano. La natura emozionale ama le vibrazioni violente. Ama sentirsi infelice, offesa, eccitata, sbattuta qua e là. Non si preoccupa necessariamente se l’esperienza sia dolorosa o piacevole, perché ama le vibrazioni forti.
Ne Ai piedi del Maestro ci viene detto che il corpo mentale ama sentirsi orgogliosamente separato. E dunque fa comparazioni ed emette giudizi per convincere se stesso di essere superiore agli altri. Ma spesso non siamo consapevoli di questi accadimenti. E perciò analizziamo, critichiamo e inventiamo dei modi per valutare persone e cose. Da qui l’importanza dell’insegnamento: “Non giudicare”. La differenziazione è parte del modo di lavorare della mente e questo ha i suoi vantaggi. Ci perderemmo, nel mondo materiale, se non sapessimo distinguere le differenze e riconoscere le cose. Ma mentre facciamo questo ingrandiamo, mattone dopo mattone, il senso dell’io.
Scoprire se stessi non significa ricordarsi di quello che hanno detto psicologi o maestri spirituali. Le parole degli altri non ci potranno aiutare a scoprire cos’é e cosa non è la nostra vera natura. Dobbiamo trovarlo da soli e solo allora cominceremo a vivere diversamente. L’autocoscienza nell’essere umano è ancora molto rudimentale, ecco perché siamo incapaci di capire quel che c’è nel nostro subconscio, i sentimenti che reprimiamo e le motivazioni occulte.
La maggior parte di noi è soddisfatta della sua vita meccanica. Prima dello stadio umano l’azione è programmata dalla Natura e tutte le creature fanno quello che è giusto per loro, guidate dalla sua saggezza. Il genere di cibo che cercano, le abitudini con cui sono nate, e così via sono “istintive”. Quando una mamma pinguino delle regioni artiche parte per cercare cibo, papà pinguino tiene calde le uova con il suo corpo e le gira ogni tanto, perché non gelino in breve tempo. Come fa a sapere quel che deve fare? Glielo ha insegnato la Natura. Ma se gli esseri umani agissero come creature programmate rinuncerebbero alla capacità dell’uomo di discriminare. Cesseremmo di osservare e distinguere tra realtà e illusione, tra quello che è giusto e quello che è sbagliato, tra ciò che è utile e ciò che è dannoso. Sappiamo molto poco riguardo a tutto questo, a quando nocivi siamo nel nostro piccolo. Quando parliamo sgarbatamente o restiamo indifferenti al dolore degli altri, commettiamo un peccato.
Ma c’è un grave pericolo nell’autoconoscenza. Essa può diventare una nuova forma di egocentrismo. E’ essenziale osservare e affrancarsi dalle offese, dalla rabbia, avidità e così via. Ma la capacità di essere coscienti di sé deve essere sviluppata senza un autoincentivo.
E’ interessante notare che quando concludiamo di essere superiori agli altri, proprio quel fatto ci rende esattamente uguali alle altre persone. Tutti coloro che agiscono con l’io sono sulla stessa barca, nello stesso fiume delle persone che vivono egocentricamente, preoccupandosi solo di sé. E’ necessario vigilare affinché l’autoosservazione non diventi una nuova forma di egocentrismo. Proprio per questo le Upanishad affermano che il sentiero verso la libertà dal sé, dall’illusione e dalla sofferenza cammina sul filo del rasoio, rendendo difficile mantenere l’equilibrio. Esso è chiamato, ne La Luce sul Sentiero, “la pericolosa scala della vita”. Ci viene chiesto di percorrere il sentiero con consapevolezza ma senza preoccuparci di noi stessi o altre forme più sottili di egocentrismo.
Evitare questo pericolo comporta il lasciar da parte la propria persona e l’associare l’“io” a tutto quello che facciamo. E’ naturale che proviamo piacere quando incontriamo un amico o vediamo qualcosa di molto bello. Tutta la vita è così bella che dovremmo essere in uno stato di continua felicità, se solo potessimo scrollarci di dosso l’illusione di pensare sempre: “Questo piacere è mio”, “Io sono questo”, “Io sono quello” ecc. Il piacere è piacere. Perché dovremmo dire che quel piacere ci appartiene? Il vostro piacere non è diverso da quello degli altri. La vostra felicità (se è vera) è come la vera felicità in ogni altro. Cerchiamo quindi di non essere schiavi dell’abitudine di pensare in termini di “io” e “mio”, poiché ogni volta che facciamo questo rafforziamo l’egocentrismo in noi.
In secondo luogo, come raccomanda La Luce sul Sentiero: “Osserva attentamente tutta la vita che ti circonda. Impara a guardare con intelligenza nei cuori degli uomini”. Per scoprire come si comporta l’io è bene osservare non solo se stessi ma anche come agisce nelle altre persone. Mentre si viaggia su un autobus o un treno si può esaminare il comportamento della gente, come l’io proietta se stesso, cerca di  occupare il posto migliore, il tutto sulla base della sua convenienza e  del suo piacere. Possiamo imparare molto riguardo la natura umana anche  osservando il comportamento degli animali. Tutto quello che ci circonda comprende animali, persone, bambini, come diventano adulti e anche la  bellezza, la vastità, la creatività della Natura e le nostre reazioni.  Pertanto, possiamo scoprire molto di più riguardo a noi stessi se non siamo egocentrici.
Si dice che l’intelligenza sia imparziale. Così dovremmo osservare imparzialmente, in maniera impersonale, senza giudicare o arrivare a delle conclusioni, per sfuggire al pericolo di una continua preoccupazione di sé.


Conferenza pubblica tenuta ad Adyar (Chennai, India) il 30 dicembre 2005, presso il Quartier Generale della Società Teosofica, in occasione della Convention Teosofica internazionale.
Radha Burnier è la Presidente mondiale della Società Teosofica.
Traduzione di Patrizia Moschin Calvi.

 

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