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"Voi (…) siete stati chiamati a libertà" (Gal 5, 13).
Negli anni 50
l’apostolo Paolo aveva visitato la regione della Galazia, al centro
dell’Asia minore, l’attuale Turchia. Erano sorte comunità cristiane che
avevano abbracciato la fede con grande entusiasmo. Paolo aveva
rappresentato davanti ai loro occhi Gesù crocifisso, ed essi avevano
ricevuto il battesimo che li aveva rivestiti di Cristo, comunicando loro
la libertà dei figli di Dio. "Correvano bene" nella nuova via, come
riconosce Paolo stesso.
Poi, improvvisamente, cercano altrove la loro libertà. Paolo si stupisce
che così presto abbiano voltato le spalle a Cristo. Di qui il pressante
invito a ritrovare la libertà che Cristo aveva dato loro:
"Voi (…) siete stati chiamati a libertà".
A quale libertà siamo
chiamati? Non possiamo già fare quanto vogliamo? "Non siamo mai stati
schiavi di nessuno", dicevano, ad esempio, i contemporanei di Gesù quando
egli affermava che la verità da lui portata li avrebbe resi liberi.
"Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato", aveva risposto Gesù
.
C’è una schiavitù subdola, frutto del peccato, che attanaglia il cuore
umano. Ne conosciamo bene le sue molteplici manifestazioni: il
ripiegamento su noi stessi, l’attaccamento ai beni materiali, l’edonismo,
l’orgoglio, l’ira…
Da soli non saremo mai capaci di svincolarci fino in fondo da questa
schiavitù. La libertà è dono di Gesù: ci ha liberato facendosi nostro
servo e dando la vita per noi. Di qui l’invito ad essere coerenti con la
libertà donataci.
Essa "non è tanto la possibilità di scegliere fra il bene e il male,
quanto di andare sempre più verso il bene". Così Chiara Lubich parlando ai
giovani. "Ho costatato – continua – che il bene libera, il male rende
schiavi. Ora, per avere la libertà bisogna amare. Perché ciò che ci rende
più schiavi è il nostro io. Quando invece si pensa sempre all’altro, o
alla volontà di Dio nel fare i propri doveri, o al prossimo, non si pensa
a se stessi e si è liberi da se stessi" .
"Voi (…) siete stati chiamati a libertà".
Come vivere dunque
questa Parola di vita? Ce lo indica Paolo stesso quando, subito dopo
averci ricordato che siamo chiamati a libertà, spiega che questa consiste
nel mettersi "a servizio gli uni degli altri", "mediante la carità",
perché tutta la legge "trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai
il prossimo tuo come te stesso" .
Si è liberi – ecco il paradosso dell’amore – quando per amore ci si pone a
servizio degli altri, quando, contrastando le spinte egoistiche, ci si
dimentica di noi stessi e si è attenti alle necessità degli altri.
Siamo chiamati alla libertà dell’amore: siamo liberi di amare! Sì, "per
avere la libertà bisogna amare".
"Voi (…) siete stati chiamati a libertà".
Il vescovo Francesco
Saverio Nguyen Van Thuan, imprigionato per la sua fede, rimase in carcere
13 anni. Anche allora si sentiva libero perché gli restava sempre la
possibilità di amare almeno i carcerieri.
"Quando sono stato messo in isolamento – racconta – fui affidato a cinque
guardie: a turno, due di loro erano sempre con me. I capi avevano detto
loro: 'Vi sostituiremo ogni due settimane con un altro gruppo, perché non
siate 'contaminati' da questo pericoloso vescovo'. In seguito hanno
deciso: 'Non vi cambieremo più; altrimenti questo vescovo contaminerà
tutti i poliziotti'.
All’inizio le guardie non parlavano con me. Rispondevano solo sì e no. Era
veramente triste (…). Evitavano di parlare con me.
Una notte mi è venuto un pensiero: 'Francesco, tu sei ancora molto ricco,
hai l’amore di Cristo nel tuo cuore; amali come Gesù ti ha amato'.
L’indomani ho cominciato a voler loro ancora più bene, ad amare Gesù in
loro, sorridendo, scambiando con loro parole gentili. Ho cominciato a
raccontare storie dei miei viaggi all’estero (…). Hanno voluto imparare le
lingue straniere: il francese, l’inglese… Le mie guardie sono diventate
miei scolari!"
Chiara
Lubich
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