Un amico

Un amico, che adesso non c’è più, mi raccontò un episodio della vita di Mozart bambino. Quando aveva cinque o sei anni, il padre gli organizzò un concerto a cui sarebbe stato presente, se non ricordo male, Haydn, o un altro celebre musicista del tempo. Alla fine del concerto, il padre spinse il piccolo Wolfang verso Haydn, sussurandogli: "Chiedigli se gli è piaciuto". Mozart si avvicinò ad Haydn, guardò in su e chiese: "Mi vuoi bene?".
Questa storia ha accompagnato il mio cuore per anni con la risata leggera e spudorata degli allegri di Mozart. Ma non solo, ha messo allo scoperto tutte le volte che dietro alle mie domande, ai miei gesti, alle mie imprese, opere, ansie, paure, disperazioni, c’era o spuntava il famoso: "Mi vuoi bene?".
E mi sono man mano accorta che l’età e la pratica del Dhamma stavano cambiando, lentamente e inesorabilmente, la domanda, o che la risposta veniva ormai da dentro, o che rischiavo parole, gesti e azioni che non erano più strategie d’affetto.

Praticando quello che c’è, mi capita di praticare sempre più spesso i segni e i segnali della mezza età, con cui non mi identifico in modo stereotipo, ma che lascio parlare nelle trasformazioni che opera sul mio corpo e la mia anima. In una delle mie laboriose notti mi sono accorta, quasi con spavento, che quando pensavo o invocavo l’amore, che sentivo assente dal mio cuore, non stavo più chiedendo di essere amata, ma di poter amare, non un amore da ricevere, ma da poter dare.
Credo che questo cambiamento sia avvenuto perché, sedendo in meditazione, sempre più spesso, anche quando sono presenti i pensieri, o un’acuta sofferenza, o una preoccupazione, e non solo nei momenti di pace, sento soffiare una leggera energia, una sottile brezza e questa energia mi ama, o comunque è così che mi sento: amata.
Praticare metta e passare, con andatura leggera, dal benefattore, a me stessa, all’amica o all’amico, agli indifferenti, alle persone difficili, a tutti gli esseri indiscriminatamente, dal pulviscolo atmosferico, ai corpi celesti, ai démoni, alle cassiere dei cinema, ai passanti, alle zebre, ha cambiato profondamente la mia visione dell’amicizia.
C’è un po’ di sangue greco nelle mie vene, e ho sempre avuto amicizie calorosissime, appassionate, tragiche. Silvia Plath dice che un poeta è come una candela che brucia da tutti e due i lati. E così erano le mie amicizie, assolute, esclusive, sprezzanti di tutto quello che era tiepido. E la pratica, facendo finta di niente, con grande pazienza e premura, non ha spento nessuno dei due lati della candela, ma li ha circondati di vetro: non bruciano più, ma rischiarano. Ho perso tanti amici e amiche in questi anni di pratica, alcuni se ne sono andati silenziosamente, scivolando nel passato, altri insultandomi, altri guardando verso di me e non trovandomi più lì dove mi avevano messa per anni, ero solo un po’ spostata, pochi millimetri, ma non mi vedevano più. Altri sono caduti, come foglie secche, secca io per loro, secchi loro per me, senza dolore e senza danno.
Ultimamente, in un momento di profondo smarrimento, mi sono guardata intorno e ho visto che non solo avevo perso vari amici, ma non li avevo sostituiti, come usavo fare un tempo. Era proprio sparita della mia vita la figura dell’amica o dell’amico del cuore, eppure non ero sola. Non mi sono mai sentita così protetta, custodita, stimata, amata come ora che non ho più amici, nel senso convenzionale del termine.
Quello che sta succedendo è che il sentimento dell’amicizia si sta allargando a sempre più persone, senza creare delle relazioni, delle esigenze, delle richieste, delle pretese. L’amico è soprattutto qualcuno con cui amo qualcos’altro, spesso la pratica del Dhamma, ma anche la poesia, la letteratura, un gelato, i gatti, la fatica della primavera, ballare a occhi chiusi, tacere sentendo. L’amico spirituale, è colui che ama il bello e il buono e l’amicizia spirituale è questo condiviso amore per il bello e per il buono. Ma quello che sta succedendo alla mia possibilità di amicizia è successo da sé, praticando e ascoltando, non per fedeltà ai testi, ma per fioritura spontanea.
"Chi è amico di se stesso non può nuocere agli altri".
Io mi trovo alla fase iniziale di questa amicizia, sono un piccolo albero, ho ancora intorno un recinto, per non venir strappata, sradicata, calpestata. Ma questa amicizia con me stessa è iniziata e la voglio percorrere fino in fondo, fino a sparire. Fa parte di questa amicizia con me stessa sapere dove sono in questo momento con la mia pratica e agire di conseguenza, non vivere un ideale di pratica, ma proprio questa, con i suoi limiti e le sue esigenze. È amicizia con se stessi l’arte di dire di no, la sorveglianza della mia e dell’altrui bisognosità, la ricerca di un sentimento di amicizia allargato e non di relazioni esclusive.
 Non posso più essere disperata, mi arriva una cartolina dall’Inghilterra, una telefonata dalla Sicilia, una serata di soffice e diligente silenzio a Milano. Non posso più essere ferita, per una frase sgarbata mi raggiungono centinaia di regali, sorrisi, abbracci spediti per lettera o per telefono. Il sangha è a Roma, a Torino, a Milano, a Varese, a Palermo, a Venezia, a Firenze, in Inghilterra, in Svizzera, alle Hawai, in America, in Sud Africa, ma anche nei visitatori angelici, travestiti da uccelli, viole e platani spuntati sul balcone, gatti, cani, neonati che ti strizzano l’occhio, giornalai, insomma i miracoli vanno visti, non chiesti.
E con le persone del sangha questa leggera e profonda amicizia senza relazione sta naturalmente accadendo senza più bisogno di norme e paletti di confine. Non abbiamo voglia di andare in pizzeria, nemmeno al cinema, o di scaricarci addosso tutti i nostri problemi, ma capita di andare ad ascoltare insieme un vecchio poeta di passaggio, o di telefonarsi proprio quando uno dei due sta affogando e di non dire granché, ma di esserci. O di non esserci, quando è necessario, quando è ora di crescere, di essere soli. E capita che la figura dell’insegnante si trasformi sempre di più in quella dell’Amico, un amico speciale che avverte tutto, ma rifiuta i ruoli, ti spinge all’aperto, ti lascia sola e spia da dietro un cespuglio.
E capita che con la persona che ami più di tutti al mondo hai voglia di fare amicizia, che c’è sempre stato tutto e forse adesso vuoi solo un po’. Ricordo che una volta Corrado citò la frase di una donna che era stata per anni in un lager nazista e diceva che quello che le era mancato di più era una noiosa serata in famiglia. Annoiarsi con l’amato, osservarlo invecchiare e sentire che volere il suo bene non è essere sempre affettuosi ma è essere sempre amici, sempre.
Un amico è uno che sa dove sei. E agisce di conseguenza. Anche sorprendendoti. Anche ferendoti. Ma sa dove sei e quando lo si sa tutti e due, ci si incontra. Konrad Lorenz diceva che uno dei versi dell’oca selvatica dice: "Io sono qui, tu ci sei ancora?". No, certe volte c’è silenzio, non sappiamo perché, è misterioso, il no e il sì non sono divisi meditando, si assaporano. E qualche volta nell’asprezza del: "No, io non sono più qui" o nell’abisso del silenzio, si apre uno spazio infinito, un cielo libero e si impara a volare.
Grazie a tutti gli amici che mi hanno abbandonato, grazie a me per quelli che ho abbandonato io, non c’era né io né tu, ma solo la vita che voleva andare avanti, grazie alla nuova Amicizia senza amici, al pulsare insieme quando è il tempo e a sparire quando è il tempo. Siamo impermanenti, di passaggio, e saperlo fa un comandamento dell’essere una candela che brucia da tutte e due le parti, col vetro intorno alla fiamma, che nessuno si bruci, ma rischiari quello che può, senza pretese, senza farlo apposta...